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Berlusconi, Dell’Utri e la mafia

 

Non c’è un paese in Europa nel quale una sentenza, come quella della corte suprema di Cassazione nel processo Dell’Utri passerebbe senza conseguenze politiche, come è avvenuto ieri seguendo quello che è emerso dagli schermi televisivi. Il telegiornale serale della Rete Uno, ammiraglia della Rai, non ne ha addirittura parlato. Eppure quella sentenza del marzo scorso, di cui si sono appena conosciute le motivazioni, è di particolare gravità, anche se appare per molti versi contraddittoria. I giudici hanno annullato la sentenza di condanna per il concorso esterno del senatore palermitano a sette anni di carcere perché affermano che, tra il 1977 e il 1982, quando, con la mediazione di Dell’Utri, si realizzò il patto di protezione della famiglia Berlusconi da parte dei  capi della mafia siciliana dietro versamento da parte dell’imprenditore-venditore milanese di somme cospicue a Cosa Nostra. Quello che potrebbe salvare Dell’Utri dalla condanna e quindi va accertato, in senso positivo o negativo, dalla Corte di Appello che dovrà rifare il processo è il fatto che in quel periodo il siciliano non lavorò per Berlusconi ma per un altro imprenditore a sua volta  indiziato di rapporti con Cosa Nostra, Giuseppe Rapisarda. Del resto, secondo la Cassazione, l’assunzione del mafioso Mangano ad Arcore venne compiuta con l’intervento di Dell’Utri anche se questi in quel momento non lavorava direttamente per Berlusconi.

Insomma, quello che viene confermato ancora una volta dai giudici della Cassazione è che i rapporti tra Berlusconi e i capi di Cosa Nostra hanno caratterizzato a lungo la carriera  dell’imprenditore edilizio-televisivo di Arcore e si sono tradotti  nel versamento di grandi somme di denaro per realizzare la protezione di cui il padrone di Canale Cinque aveva bisogno. Ma come si può pensare che si sia trattato di un solo episodio e che il rapporto sia stato meramente episodico quando parliamo della fortuna imprenditoriale di un uomo che è partito dal nulla e in pochi anni ha realizzato profitti tali da farne in qualche anno uno degli uomini più ricchi di Italia e a condurlo poi addirittura a diventare il leader del partito di maggioranza in Italia nelle elezioni politiche del 1994? E che senso ha escludere Dell’Utri che è stato dall’inizio il suo collaboratore di maggior peso sul piano imprenditoriale, come su quello politico nella creazione dei club di Forza Italia e poi della forza elettorale che ne è derivata, dal progetto iniziale al di là della sua collaborazione diretta? Sono questi i dubbi che una sentenza come quella attuale  della Cassazione che, come quella di terzo grado nel caso Andreotti, sembra oscillare tra l’affermazione di responsabilità e l’esclusione per un fatto formale come quello della non dipendenza diretta in alcuni anni dall’imprenditore Berlusconi.

Per capire meglio la questione dovremo attendere il nuovo giudizio della Corte di Appello chiamata di nuovo a giudicare ma resta il  fatto che il rapporto tra Berlusconi e la mafia dei Bontade, dei Badalamenti e degli Inzerillo è stata di nuovo affermata con forza dalla Corte Suprema e che il vincolo di richiesta di protezione da parte del Cavaliere di Arcore è stato alla base dei rapporti con Mangano proprio nel periodo di espansione dell’impero televisivo da parte di quello che diverrà anni dopo il leader massimo della destra italiana. Una storia italiana, come si intitolava un opuscolo di vent’anni fa, distribuito in grande quantità di copie dal partito di Berlusconi, che potrebbe riaprirsi tra qualche mese o al massimo un anno nelle prossime elezioni politiche se le il centro-sinistra non farà uno sforzo serio di rinnovamento e di selezione della propria classe dirigente scegliendo per il prossimo parlamento persone pulite e fedeli ai principi fondamentali della costituzione repubblicana. E’ questa la speranza che spinge tanti di noi a seguire ancora quel che succede ogni giorno nell’Italia contemporanea.

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