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“Voleva bloccare il circuito perverso tra mafia e politica”. 36 anni fa ucciso Piersanti Mattarella

 

Sono trascorsi ormai trentasei anni dall’assassinio di Pier Santi Mattarella, presidente della regione siciliana dal 1978 alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del partito comunista italiano. Consigliere comunale di Palermo dal 1960, cresciuto con una educazione religiosa, studiando a Roma dai fratelli maristi. Dopo l’attività nell’Azione cattolica, si dedicò alla politica nella Democrazia cristiana ispirandosi all’esempio di Giorgio La Pira e avvicinandosi alla corrente politica di Aldo Moro. Assistente di diritto privato all’Università di Palermo, il giovane figlio dell’ex ministro della DC Bernardo Mattarella, si pronunciò con nettezza per i suoi ideali nel discorso alla Conferenza regionale di villa Igea nella prima settimana di febbraio 1979.
In quella occasione il deputato del PCI, Pio La Torre, che sarebbe divenuto qualche mese dopo segretario regionale di quel partito in Sicilia, attaccò – con molta forza – l’Assessorato regionale dell’Agricoltura denunciandolo come centro della corruzione regionale e additando lo stesso assessore come colluso con Cosa Nostra. Un solo giornale ebbe il coraggio di raccontare quel che era successo quel giorno: una cosa mai successa prima, visto che un senatore comunista e il presidente democristiano della regione avevano denunciato con chiarezza uno degli episodi maggiori di collusione con la mafia che si verificava in quella regione e, da allora, molti previdero che l’uno e l’altro, sarebbero stati assassinati. Mattarella per primo il 6 gennaio 1980, quindi Pio La Torre il 30 aprile 1982.

Nel caso di Pier Santi Mattarella, la brutale esecuzione, nel giorno dell’Epifania del 1980, fu – senza alcun dubbio – legata al duro contrasto che si era determinato a Palermo tra il presidente della regione Mattarella e l’ex sindaco della capitale siciliana, Vito Ciancimino che aveva siglato un patto con la corrente del presidente del Consiglio Giulio Andreotti e che tentava di rientrare nel partito cattolico con incarichi direttivi.
All’inizio l’assassinio venne considerato un attentato terroristico e subito dopo il delitto arrivarono a Palermo rivendicazioni da parte di un sedicente gruppo neo-fascista ma Tommaso Buscetta, nella sua deposizione davanti a Giovanni Falcone, qualche anno dopo dichiarò che “Stefano Bontate e i suoi alleati (esponenti della vecchia mafia che dominava la commissione prima dell’avvento dei corleonesi di Totò Riina, Bernardo Provenzano e Gaetano Badalamenti) non erano favorevoli all’uccisione di Mattarella ma non potevano dire a Riina e alla maggioranza che ormai guidava che non si doveva ammazzare. Nel 1995 vennero condannati all’ergastolo per quell’omicidio i boss Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò e Nené Geraci.
Durante il processo, la vedova di Mattarella dichiarò di riconoscere nel terrorista di estrema destra Valerio Fioravanti, membro dei Nar, che tuttavia in seguito venne assolto per quel delitto. Secondo un altro collaboratore di giustizia, Francesco Marino Mannoia, il presidente Mattarella aveva mutato dopo alcuni anni la sua condotta ed era in forte contrasto con Riina e i suoi luogotenenti mafiosi.
Mannoia, come racconta Giovanni Falcone nel suo libro con Marcelle Padovani Cose di Cosa nostra e come ricordo io nel mio ultimo libro sulla mafia (Perchè la mafia ha vinto uscito con Mondadori Università nel 2012). La sentenza della Corte di Assise di Palermo scrive che “l’azione di Pier Santi Mattarella voleva bloccare proprio quel circuito perverso tra mafia e politica incidendo così pesantemente proprio su questi interessi illeciti”.
In questi anni si è parlato più volte della presenza di altre forze accanto a quelle di Cosa Nostra nel complotto contro l’uomo politico che presiedeva la regione siciliana e si è ricordato l’incontro che qualche mese prima dell’assassinio ebbe l’on. Giulio Andreotti a Palermo, con il tramite dell’on. Salvo Lima (legato senza dubbio ad Andreotti) tra la primavera e l’estate 1979. Si è anche notato che Andreotti, pur essendo a conoscenza della maturata insofferenza di Cosa Nostra nei confronti di Mattarella si guardò bene dall’avvertire né l’interessato né il magistrato di quello che si stava preparando.
C’è, peraltro, un particolare noto a chi scrive che ha pubblicato nel 2001, con l’editore Garzanti, un saggio sulla sentenza Andreotti: i giudici di appello hanno condannato l’ex presidente Andreotti per rapporti con Cosa Nostra fino al 1980 che è la data proprio dell’assassinio di Mattarella ma che, quando Andreotti venne processato nel 1993-94, significò per l’uomo politico democristiano lo scatto a suo vantaggio della prescrizione per decorsi termini. Astuzia della provvidenza o conferma del vecchio detto per cui alcuni pagano sempre e altri non pagano mai?
Ai nostri contemporanei e all’opinione democratica che in Italia, malgrado tutto, esiste ancora, l’ardua sentenza. E’ un circostanza quella di Pier Santi Mattarella rispetto al quale è proprio il caso di dire con chiarezza che la mafia vive e prospera grazie ai suoi rapporti con la società politica e l’assassinio del presidente della Regione siciliana mostra quanto grande sia il suo potere nella società italiana ancora oggi.

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