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Tutele negate, ma solo e sempre ai giornalisti. Riformare una professione che non difende se stessa

 

Il recente dibattito sulla riforma dell’Ordine dei giornalisti e la disdetta del contratto nazionale di lavoro da parte della Fieg ripropongono l’attualità del giornalista come anomalia irrisolta nel panorama delle professioni ordinistiche in tema di tutela economica. Come sappiamo, quella del giornalista è l’unica categoria professionale che non può prestare la propria opera direttamente al cittadino (come medici, ingegneri, avvocati, etc.) ma deve farlo attraverso un committente terzo/datore di lavoro, l’azienda editrice.

A norma di legge vengono riconosciute specifici strumenti di tutela economica a tutte le più svariate categorie professionali (per es. tecnologo alimentare, assistente sociale, attuario, oltre che naturalmente ai “grandi ordini” come avvocati, commercialisti, ingegneri, etc.) ma non a quella dei giornalisti, nonostante l’estrema criticità e visibilità abbia avuto negli ultimi anni il tema della tutela dell’equo compenso. Infatti, dopo il decreto Bersani (DL 4 luglio 2006, n. 223)  e quello sulle liberalizzazioni (DL 24/01/2012, n. 1) non compete più agli ordini professionali ma al ministero di Giustizia stabilire le tariffe, valide in sede giudiziaria, per il compenso degli iscritti agli ordini professionali. I compensi vengono decretati dal ministro su proposta degli ordini nazionali. Il testo vigente del DM 140/2012 del Ministro di Giustizia, aggiornato al giorno 11-12-2015 è scaricabile qui http://www.assostampasicilia.it/images/PDF/DM-Ministro-Giustizia-140-2012.pdf

Il monopolio del mercato del lavoro da parte degli editori e l’assenza delle tariffe minime ministeriali creano quindi, solo per i giornalisti, un’anomala situazione di sfruttamento e soggezione del lavoratore (subordinato o autonomo), in palese contraddizione al principio del diritto del cittadino ad una libera e corretta informazione.

Stranamente la nostra categoria, attraverso l’Ordine professionale o gli organismi sindacali, è l’unica che pare non si preoccupi affatto di sostenere il valore di mercato del lavoro dei propri iscritti, né le tutele di decoro professionale per i compensi minimi previste dall’art. 2233 del codice civile, a differenza delle altre che hanno invece reclamato e ottenuto il riconoscimento ministeriale delle tariffe dei compensi.

È evidente che l’esistenza di minimi di riferimento emessi dal nostro ministero vigilante porrebbe un riferimento tariffario “terzo” certo e indipendente, finalmente sottratto anche al ricatto della contrattazione collettiva imposta dagli editori (vedi quanto accaduto per la legge 233/2012 sull’Equo compenso per il lavoro autonomo con la delibera poi impugnata come iniqua dall’Ordine dei giornalisti e dichiarata nulla dal TAR).

Ci si sarebbe aspettato che dopo l’emanazione della Carta di Firenze sulla precarietà del lavoro giornalistico il presidente dell’Ordine nazionale, Enzo Iacopino, disponesse un presidio dietro la porta del ministro finché si fosse emanato il decreto con le tariffe minime. Sorprendentemente non è stato così.

Non è più spiegabile quindi come mai a tutela della professione giornalistica, che vive una situazione così critica proprio in relazione al tema dello sfruttamento e di corrispettivi indecorosi da una parte e di violazione delle norme sulla concorrenza sleale dall’altra parte, l’Odg nazionale e il sindacato non intervengano urgentemente mantenendo la massima pressione politico-istituzionale possibile finché si giunga ad ottenere l’emanazione delle tariffe previste da parte del Ministro della Giustizia.

*Componente Commissione Lavoro Autonomo Nazionale – FNSI

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