Si sta votando in Israele e il pessimismo è d’obbligo. Anche se Netanyahu sarà sconfitto, e non c’è alcuna certezza che sarà mandato a casa, Israele in questi tre anni ha distrutto la sua reputazione di Paese democratico, «l’unica democrazia del Medio Oriente», amavano dire i suoi estimatori.
Di quell’Israele non c’è più niente, cancellato dalla brutalità della repressione del popolo palestinese a Gaza e dall’ascesa dell’ala più estrema degli ortodossi, difesi e rappresentati dai ministri fascisti, razzisti e fondamentalisti Ben-Gvir e Smotrich.
Netanyahu ha governato con loro, che hanno imposto la vendetta per il massacro di Hamas del 7 ottobre e l’hanno realizzata con la brutalità di un governo che ha ucciso 74 mila palestinesi, tra cui tanti bambini, come forma di ritorsione. Un esercito regolare si è messo sullo stesso piano dei terroristi, perdendo di vista valori e diritto internazionale.
Niente può cancellare l’indifferenza tra gli israeliani di fronte al massacro spropositato della popolazione di Gaza, tuttora prigioniera della violenza dell’esercito israeliano.
Niente può giustificare le violenze dei coloni in Cisgiordania, gli insediamenti illegali che continuano secondo un folle progetto di espulsione di un intero popolo dalla sua terra.
Niente deve far dimenticare l’ignavia di alcuni governi europei che hanno girato la testa dall’altra parte mentre Netanyahu e i suoi ministri compivano crimini di guerra.
Chi vincerà in queste elezioni dovrà fare i conti con un antisemitismo dilagante in Europa e nel mondo, nutrito dalle brutali azioni del governo Netanyahu, che ha messo a rischio l’esistenza di tutti gli ebrei anche fuori da Israele.
Colpiscono le parole dello scrittore David Grossman nell’intervista a Repubblica: «In questi anni abbiamo assistito a come una democrazia, proprio in virtù dei suoi valori, si sia piegata di fronte a chi vuole distruggerla. Domattina dovremo guardarci allo specchio e chiederci di che pasta siamo fatti».
