Le nascite diminuiscono anche tra le donne straniere, mentre precarietà, ostacoli ai ricongiungimenti e disuguaglianze rendono sempre più difficile costruire una famiglia. Il Dossier Statistico Immigrazione 2026 racconta un Paese che ha bisogno di migranti, ma continua a ostacolarne l’inclusione.
L’Italia invecchia, fa sempre meno figli e restringe gli spazi di ingresso e di permanenza per le persone migranti. Eppure, proprio da queste ultime il Paese ha a lungo atteso un contributo per contenere il declino demografico. Una speranza che oggi si affievolisce, mentre anche la fecondità delle donne straniere si avvicina a quella, bassissima, delle italiane. È uno dei segnali più significativi che emergono dalla lettura del Dossier Statistico Immigrazione 2026 curato dal Centro studi e ricerche IDOS e che sarà presentato il prossimo 27 ottobre. I numeri raccontano una trasformazione che riguarda l’intera società italiana: le persone migranti non sono estranee alle dinamiche di impoverimento, precarizzazione e rinuncia ai progetti di vita che attraversano il Paese. Al contrario, ne subiscono spesso gli effetti più duramente.
Le previsioni dell’Istat delineano un orizzonte preoccupante. Dai 58,9 milioni di residenti attuali, l’Italia potrebbe scendere a 55 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080: quasi 13 milioni di persone in meno. Entro metà secolo, gli ultrasessantacinquenni rappresenteranno il 34,5% della popolazione, mentre si ridurrà ulteriormente la quota di persone in età lavorativa. A crescere sarà soprattutto la domanda di assistenza. Un bisogno che si scontra con l’invecchiamento delle stesse lavoratrici che già oggi garantiscono una parte essenziale della cura: colf e badanti, in larga maggioranza straniere. Il 46% ha più di 55 anni, mentre appena l’1,6% ha meno di 25 anni.
Il paradosso è evidente: un Paese che dipende dal lavoro migrante per sostenere famiglie e anziani continua a non costruire le condizioni necessarie per garantire il ricambio di questa forza lavoro. Non si tratta soltanto di quanti lavoratori mancheranno, ma di quale società si stia costruendo. Se la cura resta affidata prevalentemente alle famiglie, e al loro interno alle donne, mentre il welfare pubblico non risponde adeguatamente ai bisogni, l’invecchiamento diventa anche una questione di disuguaglianza sociale e di genere.
Nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355 mila, dopo le 370 mila del 2024: un nuovo minimo storico. Ma il dato forse più significativo riguarda le donne straniere. Il loro tasso di fecondità è passato da 2,84 figli per donna nel 2004 a 1,81 nel 2024. Nello stesso periodo, quello delle italiane è sceso da 1,26 a 1,11.
Anche il tasso di natalità degli stranieri si è ridotto: dall’11,2 per mille del 2021 all’8,7 del 2025. Le nascite da donne straniere, che nel 2012 avevano raggiunto quota 80 mila, sono scese sotto le 48 mila. È la fine dell’idea che la presenza migrante possa, da sola, compensare il declino demografico italiano. Ma sarebbe sbagliato leggere questi numeri come il risultato di una presunta assimilazione culturale spontanea. Le scelte riproduttive non si formano nel vuoto: dipendono dalle condizioni materiali, dalla stabilità del lavoro, dall’accesso ai servizi e dalla possibilità di immaginare un futuro.
Le restrizioni all’ingresso regolare, gli ostacoli ai ricongiungimenti familiari e la prevalenza degli arrivi maschili rendono più difficile costruire o riunificare una famiglia. Nel biennio considerato dal Dossier, gli uomini rappresentano 58 ogni 100 nuovi iscritti all’anagrafe. Per molte persone migranti, dunque, il progetto familiare viene rinviato, ridimensionato o abbandonato. La cosiddetta «grande assimilazione» passa anche da qui: le famiglie di origine straniera finiscono per condividere le rinunce di quelle italiane, senza necessariamente condividerne le risorse. Il rischio di povertà per le famiglie con componenti stranieri raggiunge infatti il 33,7%, contro il 16,6% delle famiglie composte soltanto da italiani.
Le disuguaglianze si riflettono nel mercato del lavoro. I salari dei migranti sono mediamente inferiori di circa il 34% rispetto alla media, tre lavoratori su dieci sono sovraqualificati rispetto alle mansioni svolte e la disoccupazione raggiunge il 16,4%, contro il 6,2% complessivo.
Per le donne straniere la segregazione occupazionale è ancora più evidente: metà è concentrata in appena cinque professioni, soprattutto nei servizi domestici, nella cura e nelle pulizie. Lavori indispensabili alla riproduzione quotidiana della società, ma scarsamente riconosciuti sul piano economico e simbolico. Nel frattempo, il lavoro domestico e di assistenza sommerso ha raggiunto il 55,3% nel 2023. Il costo della non autosufficienza continua così a gravare in larga parte sulle famiglie, mentre le lavoratrici che se ne fanno carico invecchiano senza adeguate prospettive di ricambio.
Anche la scuola restituisce segnali importanti. Per la prima volta rallenta la crescita degli alunni con cittadinanza straniera, con un calo del 4,6% nelle scuole dell’infanzia nell’anno scolastico 2024-2025. La dispersione scolastica tra questi studenti è inoltre tre volte superiore a quella degli italiani. Non è soltanto una questione di demografia. È il segno di quanto le disuguaglianze possano riprodursi nel tempo, limitando le opportunità delle nuove generazioni e ostacolando una piena partecipazione alla vita sociale.
Il quadro restituisce una contraddizione che va oltre i confini italiani. Le migrazioni sono spesso raccontate come una minaccia all’identità nazionale, mentre il lavoro delle persone migranti sostiene settori essenziali dell’economia e del welfare. Le stesse politiche che ne ostacolano l’integrazione contribuiscono a rendere più fragile il futuro demografico e sociale del Paese. Per Luca Di Sciullo, presidente di IDOS, insistere su chiusure, respingimenti, esclusione dal welfare e precarietà giuridica significa trascinare l’Italia verso un «lento suicidio», in contraddizione con le retoriche nazionaliste che le giustificano.
La questione riguarda anche il rapporto con l’Africa, da cui provengono importanti flussi migratori verso l’Italia. Considerare le persone soltanto come forza lavoro da impiegare quando serve, senza riconoscere loro diritti, stabilità e possibilità di ricongiungimento, significa alimentare una mobilità precaria e impedire percorsi di inclusione duraturi. Non sono i migranti a dover salvare la demografia italiana. Nessuna popolazione può essere ridotta a strumento per correggere gli squilibri di un’altra. Ma un Paese che invecchia ha bisogno di politiche capaci di sostenere la natalità, redistribuire il lavoro di cura, contrastare la povertà e garantire percorsi realistici di cittadinanza e inclusione.
Il declino demografico non è un destino inevitabile. È anche il risultato di scelte politiche ed economiche. E se l’Italia continua a rendere più difficile la vita di chi potrebbe contribuire al suo futuro, il problema non sarà soltanto quanti abitanti perderà, ma quale idea di società avrà scelto di difendere.
