Non ha vinto soltanto Luiz Inácio Lula da Silva. In Brasile ha vinto il lavoro, ha vinto il riscatto sociale ed ha perso, rovinosamente, la rete dell’internazionale nera che da anni tenta di scardinare le democrazie nel mondo. La sua mano. Quel palmo aperto, mostrato con orgoglio nelle piazze, ha fatto il giro del mondo ed è diventato il simbolo collettivo della dignità di un popolo che non si piega. Perché quella è la mano di un ragazzo che a quattordici anni ha lasciato un dito nell’acciaio di un tornio in fabbrica. Quella ferita è la storia del lavoro di questo secolo. È il marchio di chi sa cosa significa la fatica, la mancanza di tutele, la sicurezza sacrificata sul primato del profitto. Che un populista cinico e reazionario come Bolsonaro abbia provato a deridere quella menomazione durante i confronti televisivi non sorprende. È la cifra dello sciacallaggio politico di chi, per coprire il vuoto delle proprie idee, lo colma con l’odio. Ed è in quel baratro che vorrebbero trascinare il Paese: quando la sconfitta è troppo grande, non restano che le accuse di brogli elettorali lanciate dal clan Bolsonaro e Trump. È il copione di chi non accetta le regole del gioco democratico quando a vincere sono i diritti dei cittadini. Tentano il colpo di mano istituzionale perché considerano il potere un diritto da possedere a qualunque costo. E mentre l’Europa democratica si congratulava subito con il nuovo Presidente del Brasile, da Palazzo Chigi si è fatto attendere un imbarazzato e siderale ritardo. Ci sono volute quasi ventiquattro ore e una discreta coltre di sudore freddo prima che il governo italiano si decidesse a far partire il telegramma di congratulazioni. Un silenzio che conferma le pessime contiguità del nostro esecutivo con quella destra impresentabile appena bocciata dal voto popolare. Il popolo brasiliano ha dimostrato che alla marea reazionaria si risponde con la partecipazione, con i diritti, con la memoria del lavoro. La democrazia ha trovato il suo argine. Sta a noi, ora, raccogliere quel testimone.
