«È meglio prevenire i delitti che punirli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione, che è l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d’infelicità possibile […] Il più sicuro ma il più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione». (Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene)
La Milano delle violenze giovanili e degli scontri con la polizia, la Milano sulla quale la Lega, soffiando sul fuoco della paura, ha rilanciato la sua offensiva securitaria in vista della conquista di Palazzo Marino, è anche, non dimentichiamolo, la patria di Cesare Beccaria. È la città che, nel cuore del Settecento, fu uno dei grandi laboratori dell’Illuminismo europeo, da cui si irradiò quella luce della ragione che avrebbe dovuto dissipare le tenebre dell’ignoranza, del pregiudizio e del fanatismo. Una luce che, due secoli e mezzo dopo, sembra spegnersi nell’oscurantismo di un ceto politico che alla complessità dei problemi sociali sa opporre soltanto slogan banali e annunci demagogici.
Il paradosso è sconfortante: proprio nella città che insegnò all’Europa che prevenire i delitti è più giusto ed efficace che punirli, si torna a invocare il carcere come risposta al disagio giovanile, la punizione al posto dell’educazione, la paura al posto della ragione.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio parla di «arresti massicci di minorenni», annuncia l’intenzione di «ampliare la capienza delle carceri giovanili» e arriva a ipotizzare l’utilizzo per i monori di settori degli istituti penitenziari destinati agli adulti. Si tratta di parole volgari, brutali e agghiaccianti: di fronte al disagio dei più giovani, alla loro povertà educativa che li ha resi prigionieri dei social e ha acceso la loro rabbia, la prima urgenza, per il Ministro Nordio, è quella di trovare nuove celle in cui rinchiuderli.
Il vicepremier Matteo Salvini, dal canto suo, annuncia l’arrivo a Milano di cinquecento paracadutisti, pronti a intervenire, se necessario, persino «con mezzi blindati Lince e droni». Sembra il linguaggio di un’operazione militare, non quello di un governo che dovrebbe occuparsi della sicurezza e del futuro dei propri cittadini.
E tutto questo nella patria di Beccaria! Possibile che un ministro della Giustizia possa esprimersi in questi termini che sembrano cancellare due secoli e mezzo di civiltà giuridica? Possibile che, tra le pulsioni forcaiolе della destra postfascista e il garantismo a corrente alternata ereditato dal berlusconismo, che troppo spesso ha scambiato le garanzie costituzionali con i privilegi dell’impunità, si siano smarriti i fondamenti più elementari dello Stato di diritto?
Del resto, che cosa c’è di più comodo, per una classe dirigente incapace di offrire un futuro ai giovani, che trasformare il loro disagio in un problema di ordine pubblico? È lo stesso meccanismo già sperimentato con i migranti: una risorsa preziosa per il Paese rappresentata come una minaccia o un’«invasione».
Prima si abbandonano le periferie, si impoverisce la scuola, si lasciano marcire le disuguaglianze e si indeboliscono i luoghi dell’educazione e della socialità. Poi, quando il disagio esplode, ci si presenta con il volto severo dei difensori della legalità.
Ma c’è qualcosa di ancora più inquietante in questa ossessione securitaria. È quello che, con Gramsci, potremmo chiamare il «sovversivismo delle classi dirigenti», il sovversivismo che nasce dall’alto, non dal basso. È il paradosso di chi invoca ossessivamente la legalità mentre ne corrode i fondamenti; di chi pretende il rispetto delle regole ma considera i diritti, le garanzie e i limiti costituzionali del potere come fastidiosi intralci; di chi si presenta come custode dell’ordine mentre alimenta la paura, esaspera i conflitti e trasforma ogni emergenza in un’occasione per rafforzare il proprio potere.
È una sovversione tanto più insidiosa perché si ammanta del linguaggio della legge, della sicurezza, finanche dell’«amor di patria».
Ma come si può invocare, giustamente, la massima severità contro chi spacca le vetrine delle nostre città per rubare e poi mostrarsi tanto indulgenti di fronte al massacro di migliaia di uomini, donne e bambini a Gaza? Perché tanta fermezza contro i giovani delle periferie e tanta esitazione nel denunciare le responsabilità di Netanyahu, uno dei bulli della politica mondiale, e nell’agire concretamente per fermare quella violenza?
Sono i nostri governanti i veri “cattivi maestri”, impegnati a costruire un mondo in cui la sopraffazione diventa uno strumento di affermazione di sé, il diritto cede il passo alla forza e la violenza finisce per apparire legittima, purché esercitata dai più forti. Ma quando a praticarla sono i giovani delle periferie, gli emarginati, i più fragili, ogni indulgenza scompare.
E anche questa doppia morale alimenta nei giovani sfiducia e rabbia: quale credibilità può avere una legalità che si pretende inflessibile con i deboli e diventa negoziabile con i forti?
È contro questo sovversivismo delle classi dirigenti che occorre oggi una mobilitazione delle coscienze. Non basta indignarsi per le parole di un ministro o per l’ennesima esibizione muscolare di un leader politico. È necessario che la società civile, a cominciare dal mondo della scuola e dell’università, dagli insegnanti e dagli educatori, ma anche dai magistrati, dai giuristi, dagli avvocati, dai giornalisti e dagli intellettuali, esca dal silenzio e faccia sentire la propria voce. Per riaffermare il valore dell’educazione e della conoscenza, della giustizia e dei diritti, delle garanzie costituzionali e dello Stato di diritto.
I giovani non sono nemici da neutralizzare, ma cittadini da ascoltare, educare e mettere nelle condizioni di partecipare consapevolmente alle scelte che riguardano il loro futuro.
A Milano, la città dei Lumi e di Beccaria, la ragione avrebbe ancora molto da rischiarare, a cominciare dalla cultura politica di chi pretende di governarci.
