Emfa, la grande incompiuta

“Un partigiano come presidente”, omaggio a Sandro Pertini. Intervista con Antonio Iovane

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Con il genio che gli è proprio, Antonio Iovane, collega e autore della trasmissione “Blu notte”, ci regala un romanzo dei suoi: “L’italianissimo” (Mondadori – Strade Blu), in cui racconta il 29 maggio 1985, ossia l’ultimo giorno al Quirinale di Sandro Pertini, il presidente partigiano, amatissimo dagli italiani e celebrato, non a caso, anche da un celebre verso di Toto Cutugno. Un’icona pop, dunque, ma anche un uomo che ha conosciuto Gramsci, affrontato l’arresto, l’esilio, il confino a Ventotene, di nuovo il carcere a Regina Coeli insieme a un altro futuro capo dello Stato come Giuseppe Saragat (a organizzarne l’evasione fu Giuliano Vassalli), per poi diventare uno dei massimi protagonisti della Resistenza, fino al proclama dello sciopero generale del 25 aprile 1945, quell'”arrendersi o perire” che ha segnato per sempre, in positivo, la storia d’Italia.
Pertini, l’uomo del “discorso delle polveri”, quando il governo Tambroni, sostenuto dall’appoggio esterno del MSI, aveva concesso la città di Genova, medaglia d’oro della Resistenza, ai missini per celebrare il proprio congresso: in quell’occasione, in piazza della Vittoria, il nostro aveva sostenuto che l’anti-fascismo volesse dire anche impedire ai fascisti di parlare. Pertini, colui che si rifiutò di stringere la mano a Marcello Guida, questore di Milano nonché suo carceriere a Ventotene. Pertini, il presidente della Camera che si oppose all’aumento degli stipendi dei parlamentari mentre il Paese era schiacciato dall’inflazione a due cifre. Pertini, eletto al Quirinale in uno dei periodi di massima crisi della nostra vicenda nazionale, a pochi mesi dal rapimento e dall’assassinio di Aldo Moro. Pertini, che nel suo discorso inaugurale della sua presidenza parla della libertà e della giustizia sociale come di un binomio inscindibile. Infine, come detto, l’icona pop che rompe i protocolli, rilascia un’intervista torrenziale a Biagi per una televisione privata, si reca ai funerali di Guido Rossa e invita i brigatisti e chi li copre a vergognarsi, accorre nella Bologna sventrata dall’esplosione delle bombe alla stazione, si precipita in Irpinia e attacca il governo per i ritardi nei soccorsi, causando le dimissioni del ministro Rognoni, va a Vermicino a sincerarsi delle condizioni del povero Alfredino Rampi, precipitato in un pozzo artesiano dal quale, purtroppo, non sarebbe più uscito, prima dell’apoteosi nella notte mundial del Bernabéu, quando ruba la scena a tutti con quel memorabile “Non ci prendono più” gridato in tribuna sotto gli occhi di re Juan Carlos e del cancelliere tedesco Schmidt. Senza dimenticare la memorabile partita a scopone con Zoff, Bearzot e Causio sull’aereo presidenziale che riportava gli Azzurri vittoriosi in Italia.
Pertini, un mito del Novecento destinato all’eternità. A centotrent’anni dalla nascita, grazie alle intuizioni di Iovane, ne riscopriamo l’attualità e, lasciatemelo dire, la bellezza inscalfibile.


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