Dopo il colpo di Stato militare del 1964 il pedagogista brasiliano Paulo Freire viene arrestato per più di settanta giorni e interrogato due volte dal tenente colonnello Hélio Ibiapina. La sua attività educativa, orientata a liberare gli oppressi attraverso l’educazione, è vista con sospetto dal regime militare che lo considera un sovversivo. Freire fu costretto all’esilio e poté rientrare nel suo paese solo nel 1979. Nel libro curato da Joana Salém Vasconcelos sono riportati i documenti dell’inchiesta, in maniera integrale, con annotazioni e contestualizzazioni.
Il golpe del 1964 in Brasile ha definitivamente e contemporaneamente posto fine alla democrazia e all’utopia di una rivoluzione sociale pacifica, agognata dai partiti di sinistra e dai movimenti studenteschi. Il colpo di Stato ebbe anche una pesante ripercussione su intellettuali e artisti, provocando una frammentazione che vide, da un lato, un processo di marginalizzazione di alcuni settori culturali (letteratura e cinema marginale) e, dall’altro, un processo di socializzazione, sfociato anche nella massificazione culturale tramite l’inserimento in canali mass-mediatici, di movimenti artistici quali il Cinema Novo, il Tropicalismo, la MPB (Musica Popolare Brasiliana) e il samba di protesta. Si trattava di forme diverse di protesta e di lotta: le prime, dalla periferia del sistema, le seconde, dall’interno, utilizzando gli stessi strumenti e ingranaggi del sistema mediatico potenziato dai militari.
Il lasso temporale compreso tra gli anni Cinquanta e Sessanta ha rappresentato, per il Brasile, un periodo di grande fermento culturale. La rivoluzione industriale attuata da Juscelino Kubitschek (Presidente della Repubblica dal 1956 al 1960), ed eternata nella realizzazione di Brasília, l’elezione di Jânio Quadros e la sua rinuncia dopo soli sette mesi, l’ascesa al potere di João Goulart (osteggiata dalla destra brasiliana) e il colpo di Stato del 1964 sono gli avvenimenti politici che scandiscono un susseguirsi di poetiche individuali e collettive, in cui l’impegno politico diviene, per alcuni, fondamento nella costruzione del nuovo discorso artistico.
La repressione s’abbatté su tutti coloro che avevano avuto ruoli fondamentali nell’organizzazione dei movimenti di massa, contatti con operai, contadini e soldati, mentre per quanto riguarda la politica culturale il regime militare di Castelo Branco risparmiò gli intellettuali e non impedì la produzione culturale impegnata, limitandosi fondamentalmente a sottrarle spettatori, attraverso il potenziamento delle strutture e dei canali mediatici al fine di supportare, tramite la televisione, la politica dei militari con programmi informativi e spettacoli di massa.
La politica culturale del regime militare brasiliano può riassumersi agevolmente in tre distinte fasi: la prima (dal 1964 al 1968) viene attuata con una censura limitata e quasi inesistente; la seconda (dal 1968 al 1974) vede l’emanazione dell’AI-5 che segna l’inizio della istituzione della censura ufficiale. In questa fase viene posta in essere una politica repressiva che colpisce tutti indiscriminatamente; la terza (1975) vede il varo della Politica Nacional de Cultura, con cui lo Stato si fa promotore di una cultura nazionale, incentivandola attraverso pubblicazioni e concorsi letterari e controllando e assorbendo attraverso gli Istituti di Cultura intellettuali, funzionari, oppositori che fino a quel momento erano stati perseguitati (De Rosa, 2008).
Il regime instaurato dai militari è durato 21 anni. Tra il 1964 e il 1985 ci sono stati cinque Presidenti generali (tutti di nomina indiretta). Molti politici di opposizione o indipendenti sono stati revocati e la tortura è stata ampiamente utilizzata contro i membri della resistenza. Nel marzo 1985 è entrato in carica un Presidente civile. È stata promulgata una Costituzione democratica, sono state ripristinate le elezioni dirette per tutte le cariche legislative ed esecutive, c’è stata un’alternanza nell’esercizio del potere e un graduale processo di affermazione della democrazia.
Tra il 1945 e il 1964 in realtà il Brasile aveva già vissuto una prima esperienza democratica. Ma questo periodo è stato caratterizzato da una grande instabilità politica e dalla continua minaccia militare, che si è concretizzata nella notte tra il 31 marzo e il 1° aprile 1964.
Nel 1995 è stata creata la Commissione speciale per le morti e gli scomparsi per ragioni politiche e nel 2002 è stata istituita la Commissione per l’amnistia. Nel 2011, dopo un lungo iter legislativo, il Congresso nazionale ha deciso di istituire la Commissione nazionale per la verità, il cui rapporto finale è stato pubblicato nel 2014. Parallelamente al lavoro della Commissione nazionale, sono state istituite molte commissioni per la verità negli Stati, nei Comuni, nelle università e negli organismi di classe (come sindacati e istituzioni).
Questa storia istituzionale, tuttavia, viene fortemente scossa dallo scatenarsi della crisi politica che ha raggiunto il suo culmine nel 2016. In quello stesso anno è stato approvato l’impeachment dell’allora presidente Dilma Rousself. Jair Bolsonaro, ex ufficiale militare, noto difensore degli interventi delle Forze Armate durante la dittatura, ha governato tra il 2019 e il 2022. Il suo governo è stato caratterizzato dal negazionismo strutturale: distruzione della ricerca nazionale e della verità attraverso l’attacco sistematico alla stampa, alla scienza e all’università. Un aperto tentativo di riabilitazione della dittatura militare, attribuendo a questo regime la qualifica di democrazia e descrivendo gli avvenimenti del 1964 come una “rivoluzione” (Paixão e Marques, 2023).
L’elaborazione di un immaginario è parte integrante della legittimazione di un regime politico: è attraverso l’immaginario che si può toccare non solamente la testa ma, in particolare, il cuore, ossia le aspirazioni, le paure e le speranze di un popolo. È lì che le società definiscono i loro nemici, organizzano il loro passato, il presente e il futuro (Baczko, 1985). Seguendo questa linea di riflessione, si capisce come l’immaginario politico sia un fenomeno costruito a tavolino, e, come tale, sia permeato da un sentimento identitario (Costa Cardoso, 2016).
Paulo Freire era laureato in Legge ma non si dedicò alla professione di avvocato bensì a quella di insegnante, impegnandosi anche sul piano politico. Freire considerava l’educazione e la politica come due aspetti inevitabilmente legati tra loro da un legame complesso, dialogico e conflittuale.
Fu questa consapevolezza a portarlo verso l’istruzione degli adulti analfabeti che, non sapendo leggere e scrivere, non avevano diritto al voto. Su questa esperienza ha costruito l’impianto della sua pedagogia, fatta di scientificità teorica e metodologica e di testimonianza diretta, partecipazione al processo di cambiamento visto come coscientizzazione (Farné, 2021).
Esistono molti aspetti che accomunano la pedagogia di Freire e quella di don Milani. Entrambi sono esempi paradigmatici di come l’educazione morale possa strutturarsi in maniera esplicita: l’uomo politico che si educa alla morale nel momento stesso in cui si istruisce (Lupi, 2021).
Freire fu costretto ad allontanarsi dal Brasile nel 1964 dopo essere stato incarcerato per un paio di mesi. Fece ritorno nel suo paese soltanto nel 1980. Anche durante la presidenza Bolsonaro il progetto educativo di liberazione di Paulo Freire è stato apertamente osteggiato, messo al bando e considerato pericolosamente sovversivo. E, in effetti, tutto ciò che Freire ha fatto e scritto nella vita riguarda la possibilità di liberare gli oppressi mettendoli però nelle condizioni di conoscere e conoscersi, di liberarsi diventando davvero consapevoli di chi sono e di cosa potrebbero fare. Non dunque una liberazione passiva, ma di una liberazione attiva, gioiosa e perciò costantemente rivoluzionaria (Colombo, 2021).
Nel libro curato da Joana Salém Vasconcelos viene presentata una fedele riproduzione dei due interrogatori che figurano nell’Inchiesta di Polizia Militare (IPM) contro Paulo Freire, accusato dalla dittatura di aver creato un metodo di politicizzazione mascherato da alfabetizzazione, sovversivo, il quale, secondo i militari, avrebbe ampliato l’adesione dei brasiliani al marxismo. Freire fu interrogato dal tenente colonnello Hélio Ibiapina Lima, leader del colpo di stato a Pernambuco e comandante dell’apparato di vigilanza e repressione nello Stato. Membro della cosiddetta “linea dura”, si dedicò a dare la caccia a quelli che chiamava comunisti travestiti da angeli oppure sovversivi travestiti da riformatori (CEMV, 2012).
In quanto fonte primaria, gli interrogatori possono essere utili per la ricerca, per l’analisi come anche per uno studio indipendente. In questo senso, la proposta di questo libro è proprio quella di aumentare l’accessibilità a un documento che serva alle attività di formazione storiografica della società brasiliana. Utili e necessarie per ricostruire e comprendere il passato come anche il presente.
Note bibliografiche (in ordine di consultazione)
G.L. De Rosa, (2008), Tropicalista, Kitsch e Marginale: il ’68 in Brasile, Artifara, 8, Monographica.
- Paixão (Università di Brasilia), R. Peixoto de P. Marques (Istituto Brasiliero de Ensimo Desenvolvimento e Pesquisa), (2023), Celebrare il colpo di stato: passato autoritario, ruolo dei tribunali e politiche della memoria nel Brasile contemporaneo, in Scienza & Politica, vol. XXXV, n. 68.
- Baczko, (1985), Imaginàrio Social, in R. Romano, Enciclopédia Einaudi. Anthropos-Homen, vol. 5, Império Nacional-Casa da Moeda.
- Costa Cardoso, (2016), L’immaginario politico delle memorie: Brasile 1964-1985, Diacronie, n. 25, 1 (traduzione di Jacopo Bassi).
- Farné, (2021), Paulo Freire (1921 – 1977), il Mulino – Rivista di Cultura e di Politica, 12 | 2021.
- Lupi, (2021), Due pedagogie dell’educazione morale esplicita. Freire e don Milani, Pedagogia più Didattica, Vol. 7, n. 1.
- Colombo, (2021), Considerazioni sul lavoro e l’opera di Paulo Freire, Balthazar, 2 | 2021.
CEMV, (2012): Comissão Estadual da Memória e Verdade dom Helder Cãmara, Relatório Final, v. 2, 2012, p. 77.
