Emfa, la grande incompiuta

Ceuta, crisi umanitaria, geopolitica e politica

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da Barcellona –Il 2 settembre è stato il giorno delle piazze. In tutta la Spagna centinaia di migliaia di persone hanno manifestato in solidarietà con Ceuta, e contro il governo (tafferugli notturni a Madrid davanti al Congreso de los Diputados). Giovedì 3, Pedro Sánchez è intervenuto in parlamento.

A Ceuta, a oltre un mese dallo sconfinamento di massa del 30 luglio, regna ancora la confusione, anche se da almeno, o da appena, una decina di giorni si è cominciato a fare sul serio, cominciando a identificare strutture e raccogliere le persone che erano rimaste abbandonate a se stesse, con quasi l’unico ausilio delle associazioni civiche della città e delle Ong che lì operano. Il numero complessivo degli entrati oscilla tra 72 e 80 mila, Ceuta ha 85 mila abitanti.

Malgrado il rientro in Marocco di circa settantamila persone nei primi giorni di agosto, nella città —con Melilla, una delle due città autonome spagnole in Nordafrica, circondate dal Marocco— ne restano ancora tra le otto e le diecimila, a seconda delle fonti. Circa 1.500 provenienti soprattutto da Mali, Sudan o Burkina Faso che possono inoltrare domanda di asilo. 1.450 minori non accompagnati, di cui la metà bambine, ma si teme possano essercene altri che potrebbero aver evitato il “rientro di massa”. Ci sono poi circa 1.300 donne sole o con bambini, con le bambine in crescita, ormai la metà, e sempre più giovani, tante tredicenni. Gli altri 5 mila sono probabilmente marocchini senza diritto di asilo che sperano di riuscire a restare.

Le donne con bambini e quelle più bisognose sono state accolte in strutture gestite da gruppi di residenti della città. Mentre il governo della città autonoma e quello centrale perdevano tempo in schermaglie le associazioni civiche hanno affrontato un’emergenza stremante. Per i minori solo adesso si stanno costruendo centri di accoglienza specifici. Quelli che non verranno ricongiunti alle famiglie in Marocco entreranno nel percorso di accoglienza e tutela dei minori non accompagnati. Quindi, applicando le norme internazionali e le leggi spagnole, provvedendo alla loro redistribuzione tra le Comunità autonome.

Ma la politica ha fatto dell’emergenza munizioni per lo scontro. Le Comunità governate dal Pp (e da Vox) si rifiutano di accoglierli ma anche altri partiti non di destra esprimono contrarietà, come ha fatto Oriol Junqueras, leader dei nazionalisti catalani di Esquerra republicana de Catalunya (Erc), oltre che fervente cattolico. È un obbligo di legge, che diventerà altro oggetto di scontro politico.

Per tutto agosto la situazione si è esasperata, migliaia di persone restavano nelle strade o accampate sulla spiaggia. Minori e donne in balìa di sfruttatori e violenze. Estremisti di destra chiamavano all’adunata nelle strade di Ceuta da tutto il paese per “respingere gli invasori”. Gli accampamenti venivano attaccati. In stile Gaza, alcuni camion di aiuti alimentari venivano bloccati da gruppi di destra. Il governo, solo dopo 25 giorni, il 25 agosto ha fatto partire un centro unico di coordinamento della crisi, sottoposto al ministro di Politica territoriale e Memoria democratica, Ángel Víctor Torres.

Su Ceuta politici e leader istituzionali hanno dato prova di grande leggerezza. La solidarietà europea è stata tardiva e meno sentita dell’ostilità (dalle prime dichiarazioni di von der Leyen alla lettera dei 22 fomentata da Meloni fino all’assurda sospensione unilaterale di Schengen attuata dal governo italiano).

Pedro Sánchez, l’uomo delle crisi, ha incredibilmente scelto di scomparire, dopo l’iniziale apparizione. I ministri andavano in ordine sparso, contraddicendosi nel comunicare cifre e informazioni. Il Caos, fino a pochi giorni fa, a Ceuta e nel governo. Coi ministri della Difesa, Margarita Robles, e degli Interni, Fernando Grande-Marlaska, rispettivamente a affermare e a negare che le foze di sicurezza avessero lanciato un allarme su quanto stava accadendo.

Il primo settembre, due giorni prima delle comunicazioni di Sánchez al Congreso, la testata on-line El Español, lancia la bomba: un rapporto del CENIF, Centro Nacional de Inmigración y Fronteras, che attribuisce alle “forze e corpi di sicurezza” del Marocco “la pianificazione e l’esecuzione” dello sconfinamento “dei 72 mila migranti”.

Il rapporto è stato commissionato dalla Giudice dell’Audiencia Nacional, María Tardón, di guardia il 30 luglio, con l’ordine di non farne menzione ai superiori gerarchici in quanto operanti come polizia giudiziaria. Per il CENIF, la finalità migratoria sarebbe solo la copertura di un’operazione condotta da agenti marocchini in uniforme e in borghese.

Anche se il CENIF agiva come polizia giudiziaria, esistevano rapporti di polizia precedenti alla richiesta della giudice che non erano stati comunicati ai ministri competenti e alla presidenza?

Il 2 settembre il direttore della Polizia, Francisco Pardo, comunica a Marlaska che “non esiste nessun rapporto di polizia” che attribuisca alle autorità marocchine “la pianificazione o l’esecuzione” dei fatti.

Il CENIF non ha agenti sul campo e la ricerca è fatta sulla base delle fonti pubbliche (social, media, gruppi in chat) a posteriori. Altre accurate indagini simili segnalano dinamiche diverse. Le immagini dei militari e dei camion si conoscono dal prodursi dei fatti. Seppure sembra difficile che il Marocco possa non accorgersi di una cosa del genere, non c’è nessuna pistola fumante. Di contro, in precedenza il Marocco ha rivendicato precedenti sconfinamenti di massa come ritorsione per atti spagnoli considerati ostili.

Si capisce la prudenza di Sánchez, anche i prossimi rimpatri dipendono molto dalla collaborazione del Marocco, ma l’opinione pubblica e molti partiti non la pensano così e accusano il Marocco di aver compiuto un atto ostile deliberato contro la Spagna. In questo contesto Sánchez si è presentato giovedì in parlamento. Una veloce scorsa al dibattito ci aiuta anche a rivedere le diverse ipotesi su cosa sia stato il 30 luglio.

Per Pedro Sánchez, ancora una volta, il Marocco non è dietro ai fatti. Sottolinea la collaborazione, evita conclusioni ipotetiche, difende la prudenza. “Senza prove solide non posso scatenare un conflitto diplomatico”, spiega, ma per la prima volta apre all’ipotesi: “Se esistessero prove solide, agiremmo di conseguenza, con grande incisività, come la situazione richiede”. “Questo governo non ha paura di affrontare altri poteri stranieri, quando la situazione lo ha richiesto”. E rende noto che il 21 agosto ha convocato l’ambasciatore marocchino per respingere le dichiarazioni di due ministri marocchini che avevano rivendicato la sovranità marocchina su Ceuta e Melilla. Che “da secoli sono città spagnole […] e così sarà sino alla fine dei tempi”.

Non è bastato, neanche per i soci di Sumar. Per Enrique Santiago, di Izquierda Unida, la Spagna ha subito un attacco del Marocco, utilizzando persone vulnerabili, in coordinazione con gli Stati Uniti e Israele. “Difendere un’altra posizione non è credibile”. 

Aina Vidal, dei catalani Comuns, sempre parte della coalizione, accusa il voltafaccia sull’ex Sahara spagnolo, l’abbandono dello storico appoggio al referendum di autodeterminazione previsto dall’Onu per il popolo saharawi per sposare la posizione marocchina: “I diritti di un popolo non si scambiano per una supposta tranquillità diplomatica che non è stata neanche tale”.

Gabriel Rufián, di Esquerra republicana de Catalunya, non ha dubbi: “Io accuso il Marocco di aver inviato 80 mila persone alla frontiera per abbattere il governo di Spagna con la collaborazione di Washington, di Tel Aviv e, sì, della destra e dell’estrema destra spagnola, politica e giudiziaria”. E ha avvertito Sánchez: “I governi non cadono perché sbagliano ma perché mentono”.

Se anche i baschi, tanto la sinistra di Bildu come il Partido nacionalista vasco, e i catalani di Junts, ritengono il Marocco responsabile ancora più chiara è l’idea di Alberto Nuñez Feijóo, il presidente del Partido popular. “L’invasione venne dal Marocco, fu consentita dal Marocco e ci sono indizi che il Marocco la coordinò e che il governo lo sapeva perché era stato avvertito”. Feijóo poi ha insinuato che Sánchez sia ricattato. “Che documento, conversazione o indizio c’era nel suo telefono perché si comporti così?”, ha chiesto facendo riferimento ai telefoni infettati col software israeliano Pegasus dal Marocco, tra i quali quelli di Sánchez, Robles e Marlaska. Infine ha detto che quanto accaduto si pagherà, “anche davanti alla giustizia” —e con la guerra di parte della magistratura al governo in atto, non c’è da dubitarne.

Crisi umanitaria e migratoria, atto ostile del Marocco, guerra ibrida con sullo sfondo gli Accordi di Abramo e le mire Usa sullo Stretto di Gibilterra, ora controllato da Europa e Gran Bretagna? Ceuta è tante crisi. Una crisi migratoria e umanitaria; una crisi politica europea, dello spazio Shengen, delle basi stesse della nascita dell’Ue; una crisi geopolitica, onda sismica dei nuovi equilibri nel mondo multipolare. Una crisi europea a cui politici e leader istituzionali hanno dato prova di grande leggerezza. La solidarietà europea è stata tardiva e meno intensa dell’ostilità (dalle prime dichiarazioni di von der Leyen alla lettera dei 22 fomentata da Meloni fino all’assurda sospensione unilaterale di Schengen attuata dal governo italiano). Un Europa che si dimostra molle, debole, in alcuni casi ben disposta, verso gli attacchi ai propri interessi sovrani.


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