Ventidue anni fa, 26 agosto 2004, Enzo Baldoni veniva ucciso in Iraq dall’Esercito Islamico, organizzazione fondamentalista mussulmana legata ad Qaida. Prima fu rapito il 21 agosto, poi ucciso dopo che l’ultimatum di quarantotto ore dato all’Italia per il ritiro di tutte le truppe dall’Iraq non ebbe risposta. Baldoni fu ucciso perché era un giornalista che non scriveva per sentito dire, voleva prima vedere con i propri occhi, poi capire e quindi raccontare. Non sappiamo se fu giustiziato appena sequestrato oppure una settimana dopo come raccontano le cronache, poco importa, sappiamo solo che ciò che avvenne dal giorno della sua scomparsa rappresenta una vergogna per il nostro Paese: l’incapacità del Governo, allora presieduto da Silvio Berlusconi, nel proporre una strategia di mediazione con i sequestratori, sbagliando clamorosamente i canali della trattativa. Balboni era anche volontario della Croce Rossa Italiana che il Commissario Straordinario di allora Maurizio Scelli, che poi diventò deputato nelle liste del Popolo delle Libertà, aveva trasformato in ente governativo abbandonando quei principi che sono alla base di un’organizzazione umanitaria: neutralità e indipendenza dalle parti in causa in un conflitto. La morte di Enzo Baldoni, e non solo, fu la conseguenza delle responsabilità politiche di chi aveva portato l’Italia in guerra spacciando l’intervento come una missione di pace. Una guerra in Medio Oriente che aveva come scopo non la caduta del dittatore Saddam Ussein ma i giacimenti di petrolio. In quei giorni più volte entrai nel sito di Enzo Baldoni ed ebbi la vera dimensione del suo lavoro, che lui aveva definito: “Il lavoro di un vero ficcanaso”. Dalla Colombia all’Uganda, dal Chiapas a Timor Est, fino ad arrivare all’Iraq. Baldoni fu uno dei primi blogger italiani. Il suo sito lo dovrebbero visitare tutti quegli illustri giornalisti professionisti che allora, dopo il suo sequestro, peggio dopo la sua morte, fecero fatica ad accettalo come un collega, in particolare quel quotidiano milanese che, senza vergogna, lo definì: “Un pirlaccione che se l’era andata a cercare”, solo perché di sinistra, contro la guerra e non dipendente di una testata ma un freelance che allora collaborava con Diario diretto da Enrico Deaglio. Il suo corpo fu riportato in Italia solo nel 2010, dopo sei anni dal suo omicidio. Articolo 21 lo vuole ricordare perché tra i tanti operatori dell’informazione che sono morti come Enzo per informare, basti pensare agli oltre 230 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano a Gaza, non ci devono essere quelli di serie A e quelli di serie B. Sul caso del giornalista nato a Città di Castello ci sarebbero ancora tante domande che in questi ventidue anni non hanno avuto risposta. La “disattenzione” nei confronti della morte di Baldoni ricorda quella della giornalista della Rai Ilaria Alpi uccisa il 20 marzo1994 insieme all’operatore Miran Hrovatin, la loro fine ripropone in modo drammatico il tema, purtroppo sempre attuale, del rapporto tra guerra, terrorismo e libertà di informazione.
Quando si parla di giornalisti che hanno dato la vita per informare, i fatti dimostrano che le parole, così importanti, diventano inutili perché non vi è mai la parola fine, le guerre aumentano, i genocidi anche, gli interessi economici prevalgono sui diritti civili e sociali, spesso le pagine della storia si riempiono di retorica, perché nulla cambia e il male trionfa sul bene. Concludo con una frase detta anni fa dalla moglie di Enzo Baldoni, Giusi Monsignore, durante un’intervista che riempie il cuore e rende per sempre dignità al marito: “Enzo è morto ma continua a vivere, non solo in me, ma i n tutti quelli che in questi anni ha aiutato, ha consigliato, ha conosciuto. In tutti ha lasciato dei semi che cresceranno.”
