L’ultima volta che sono stato in Afghanistan, il Paese era nel pieno della transizione post-bellica. Usciva dal regime talebano ed era governato dall’amministrazione provvisoria di Hamid Karzai, sotto la protezione della forza internazionale ISAF e delle truppe statunitensi. Di quel viaggio, realizzato per un importante settimanale italiano, ricordo le pietre lanciate contro di noi all’ingresso di un villaggio, mentre viaggiavamo sui Lince dell’Esercito italiano. Ricordo anche l’inaugurazione di una scuola costruita grazie alla nostra cooperazione.
Ricordo il volo verso Zaranj, nella provincia di Nimruz, nell’Afghanistan sud-occidentale, al confine con la provincia di Helmand a est e con l’Iran a ovest. Ricordo il tè bevuto con i poliziotti e, poi, l’avvicinamento alla frontiera iraniana, per osservare le guardie di confine con i fucili puntati verso di noi. E ricordo le donne. No, non potevo riprenderle, fotografarle, intervistarle. Non potevo fare nulla di tutto questo.
Da quel viaggio sono passati più di vent’anni, e cinque da quando i talebani hanno ripreso il potere nel Paese.I media mainstream faticano a mantenere accesi i riflettori su situazioni che sono uscite dall’agenda della politica internazionale. Tre giornaliste, Silvia Boccardi, Costanza Spocci e Barbara Schiavulli invece, ci ricordano che, ancora una volta, sono le donne a pagare il prezzo più alto di un regime brutale e arcaico, in cui i diritti vengono costantemente negati.
I talebani professano una forma di fondamentalismo islamico sunnita che impone un’interpretazione rigida, letterale e violenta della sharia, la legge sacra dell’Islam.
Silvia Boccardi è giornalista, autrice e podcaster. Il suo diario Afghano lo trovate a questo link https://silviaboccardi1.substack.com/p/la-prima-volta
«La cosa che mi ha colpito di più tornando in Afghanistan, a cinque anni dalla presa di Kabul, è stata la distanza tra il Paese che avevo in testa e quello che avevo davanti. Dal 2021 a oggi il regime talebano ha progressivamente ristretto gli spazi della vita pubblica, soprattutto per le donne: le ragazze sono state escluse dall’istruzione oltre la sesta classe, le donne dalle università e da gran parte del mondo del lavoro, sono state limitate nell’accesso a parchi, palestre e altri spazi pubblici e nel 2024 una nuova legge ha ulteriormente imposto restrizioni sulla loro presenza e sulla loro voce nello spazio pubblico. Oggi l’Afghanistan è anche uno dei Paesi al mondo con la più grave esclusione delle donne dall’istruzione e dal lavoro.
Eppure raccontare l’Afghanistan soltanto attraverso i talebani sarebbe ancora una volta raccontarlo a metà. In questi anni la violenza legata alla guerra è diminuita drasticamente rispetto al periodo precedente al 2021, ma questo non significa che la vita sia diventata più facile. La crisi economica, la disoccupazione, la povertà e la mancanza di servizi continuano a pesare sulla vita quotidiana. Nei villaggi che ho attraversato ho incontrato persone che hanno smesso di parlare apertamente di politica, non necessariamente perché siano d’accordo con il regime, ma perché hanno imparato che la prudenza può essere una forma di sopravvivenza.
Attraverso gli ospedali di Emergency ho poi incontrato donne che continuano a studiare fin dove possono, a lavorare quando riescono, a desiderare di diventare mediche, insegnanti, ingegnere. Donne che partoriscono in condizioni che in Italia ci sembrerebbero impensabili e che spesso arrivano in ospedale dopo aver affrontato chilometri di strada e ostacoli familiari ed economici.
È impossibile raccontare un Paese attraverso una sola lente. Viaggiare, per me, significa proprio questo: continuamente disimparare e reimparare il significato delle cose. Accorgersi che non tutto ciò che da lontano sembra una minaccia lo è davvero e che le persone non sono mai soltanto la tragedia che le ha colpite.
L’Afghanistan mi ha lasciato soprattutto questo: la necessità di guardare più a lungo, ascoltare di più e avere il coraggio di tenere insieme contraddizioni che da lontano sembrano inconciliabili. Perché mentre noi abbiamo smesso di guardare, lì la vita continua per milioni di persone che non hanno scelto di diventare il simbolo di una guerra, di un regime o di una crisi».
«Viviamo in una gabbia oscura. Le donne non possono studiare, non possono neanche andare al mercato senza un uomo. Siamo come degli animali, non valiamo nulla».
Sono le parole di Najiba una dottoressa dell’ospedale di Kabul.
«Cinque anni dopo la presa di Kabul sono tornata lì, ho trovato un Paese che sta facendo sparire le donne». Così Costanza Spocci, giornalista di Rai Radio 3, autrice e podcaster che ha realizzato “Il ritorno. Afghanistan, cinque anni dopo”, un podcast originale di Rai Radio3 in tre episodi rilasciato su Raiplay Sound giovedì 13 agosto. https://www.raiplaysound.it/programmi/ilritornoafghanistancinqueannidopo
Ancora Costanza Spocci: «Moltissime persone continuano a lottare per ritagliarsi uno spazio di libertà, di qualunque tipo, dentro o fuori le mura di casa. Abbiamo dimenticato l’Afghanistan, ma l’Afghanistan non ha dimenticato noi. Moltissime ragazze e donne che ho incontrato, alla fine di ogni intervista lanciavano un appello all’occidente, o a chiunque avesse orecchie per ascoltarle, chiedendo supporto. Supporto per studiare, viaggiare e per avere quei certificati di studio che molte università e scuole tengono sotto chiave e che non rilasciano alle donne».
Barbara Schiavulli è giornalista freelance, autrice, giurata del Premio Morrione per il giornalismo d’inchiesta e direttrice responsabile di Radio Bullets (https://www.radiobullets.com/) , conosce a fondo l’Afghanistan:
«Racconto l’Afghanistan da 25 anni e per me, non è più soltanto un paese da raccontare, è un luogo che mi rimane addosso insieme alla sua polvere e alle sue montagne. All’inizio pensavo che il mio compito fosse andare, vedere, ascoltare e poi tornare per scrivere, ma l’Afghanistan non si lascia, è entrato nella mia vita attraverso gli occhi delle sue donne. Donne che mi hanno chiesto di non dimenticarle. È con loro che ho imparato che il coraggio non è non avere paura, ma continuare a vivere mentre tutto cerca di cancellarti.
Amo quel paese anche se ne riconosco le ferite, la rabbia, le promesse tradite, ma per me resta un impegno, il che significa non abbandonarlo quando non fa più notizia. Il mio impegno è custodire storie che qualcuno vorrebbe seppellire nel silenzio anche perchè i diritti violati delle donne pesano sulla coscienza dell’occidente.
E finché avrò parole, una parte di quelle parole apparterrà sempre all’Afghanistan e alle sue donne».
Ecco l’ultimo pezzo di Barbara Schiavulli sul paese in mano ai Talebani ormai da cinque anni https://www.radiobullets.com/rubriche/afghanistan-i-prossimi-cinque-anni-dei-talebani/
