Il dibattito politico nel e del fronte progressista ha dei tratti misteriosi. Mentre il Papa di Roma Leone parla di superamento dei confini discriminatori e di pace, di inaudita concentrazione dei poteri, scrivendo una straordinaria enciclica sulle intelligenze artificiali, il cosiddetto campo largo si butta in discussioni di cui non si coglie la necessità. Il dibattito sul Woke (da to wake, svegliare) che urgenza ha? In Italia da anni le migliori culture riformiste hanno acquisito la coessenzialità dei diritti: personali o sociali che siano. Simul stabunt, simul cadent. Tra l’altro, la discussione ha preso le mosse da un’interpretazione forzata delle parole della democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez, impegnata a riavvicinare il suo partito amaramente sconfitto da Trump ai bisogni delle parti deboli degli USA. Qui abbiamo avuto culture politiche avanzate e movimenti ricchi di soggettività diverse: il movimento del lavoro, il femminismo, l’ecologismo, la lotta incessante per la pace. Con stima e rispetto non è chiaro perché un autorevolissimo dirigente come Giuseppe Conte abbia voluto dedicare tanto spazio ad una questione forse superata. Stiamo attenti. La campagna elettorale è ruvida e spietata. Guai a crearci problemi a tavolino, tanto per perdere poi a tavolino.
