Non sorprende che sia stata una donna progressista, per giunta di origini portoricane e proveniente dal basso, come Alexandria Ocasio-Cortez ad aprire il dibattito globale sul fenomeno Woke. E non sorprende nemmeno che il primo a risponderle in Italia sia stato Giuseppe Conte, ex avvocato ed ex presidente del Consiglio, oggi leader del M5S, il quale, in un articolo pubblicato lo scorso 21 agosto su Repubblica, ha declinato in chiave italiana la critica a un fenomeno che oggettivamente, negli ultimi anni, è sfuggito di mano. E così, una donna che conosce da vicino la realtà del Bronx e un maschio bianco di diversa estrazione sociale, si sono idealmente passati il testimone (speriamo che presto prenda posizione anche Elly Schlein: arricchirebbe il dibattito), consentendoci di compiere una riflessione ad ampio spettro su un tema non meno importante, ai fini elettorali e della tenuta del tessuto civico, dei conflitti che stanno insanguinando il mondo.
Ci permettiamo, nel nostro piccolo, di intervenire nella discussione fornendo un’altra interpretazione, anche in virtù delle molteplici analisi, più o meno condivisibili, che abbiamo letto in questi giorni.
Premessa doverosa: siamo favorevoli non solo al compromesso dello Ius Scholae ma addirittura alla proposta rivoluzionaria dello Ius Soli per ottenere la cittadinanza italiana da parte delle bambine e dei bambini nati in Italia da genitori di origine straniera. Non solo: pensiamo che, almeno alle Amministrative, dovrebbero poter votare pure le cittadine e i cittadini che risiedono onestamente in Italia ma non hanno ancora acquisito il diritto alla cittadinanza, in nome del principio liberale “No taxation without representation”. Se a quella persona chiedi giustamente di pagare le tasse e mandare i figli a scuola, ossia dei doveri, perché negarle, infatti, il diritto di contribuire a stabilire come vengano spesi i soldi che destina allo Stato e cosa si debba fare nella scuola in cui si recano i suoi figli? Siamo, inoltre, favorevole a tutti i diritti civili, che si tratti dell’eutanasia o di qualunque passo avanti sul tema dei matrimoni e della adozioni per persone dello stesso sesso, per non parlare poi dell’educazione sessuo-affettiva in classe (che dovrebbe essere obbligatoria) e di altri passi avanti non più rinviabili in un contesto socio-culturale radicalmente mutato negli ultimi due decenni.
Se si parla di Woke in termini statunitensi, mondandolo delle follie relative all’abbattimento delle statue e alla censura nei confronti di ogni pensatore occidentale che almeno una volta abbia espresso una visione non in linea con gli standard contemporanei, lo si declina, dunque, soprattutto su base etnica e razziale, in quanto le minoranze americane sono per lo più nere e le discriminazioni che hanno subito attengono alla schiavitù, ai linciaggi, agli omicidi mirati da parte del Ku Klux Klan e ad altre aberrazioni che bisognerebbe non solo studiare ma condannare senza appello anche alle nostre latitudini. Venendo al contesto italiano, invece, il wokismo, negli ultimi anni, è stato in particolare di matrice sessuale, riguardando un’interpretazione sinceramente ossessiva del femminismo. E pure qui urgono alcune precisazioni. Chi scrive è un uomo femminista, convinto sostenitore della parità di genere a tutti i livelli, a cominciare da quella salariale, nonché un giornalista e uno scrittore che dalla battaglia, magari di retroguardia ma comunque significativa, legata alla schwa e agli asterischi, ha tratto ispirazione per modificare il proprio modo di scrivere, eliminando il maschile sovraesteso e abbracciando la piena rappresentanza di genere, anche al fine di valorizzare al meglio le proprie protagoniste donne. Un atto di giustizia, quindi, una doverosa estensione dei diritti e un passo avanti per me stesso e, spero, anche per la mia comunità di lettrici e di lettori.
Dove si annida, pertanto, il problema? Negli eccessi, nelle ridicolaggini, nelle assurdità, nell’idea che ogni uomo, magari soggetto alla colpa di essere anche bianco ed etero, per ciò stesso sia un potenziale assassino o comunque uno stupratore e un molestatore. Non è la norma, ma di dichiarazioni in tal senso se ne sono lette e sentite fin troppe. Non basta: quando una ragazza di vent’anni, dopo l’omicidio di Ilaria Sula ad opera dell’ex fidanzato Mark Samson, espone un cartello con su scritto: “Potevo esserci io”, vien da domandarsi quale idea abbia dell’amore, dei sentimenti e dei rapporti umani, mettendosi per un istante nei panni dell’eventuale fidanzato, che quasi sicuramente è una persona perbene. Forse non stiamo capendo, difatti, che identificare un’intera categoria con i suoi esponenti peggiori è sempre sbagliato, di chiunque si tratti, ma diciamo di più: è la base di ogni forma di razzismo e di deriva autoritaria. Non stiamo dicendo che una certa esasperazione del femminismo (se tale lo si può considerare) conduca ad Auschwitz ma questa è la logica del lager, e vale sia quando la polizia morale di Teheran massacra Mahsa Amini per un velo messo male sia, nel nostro ambito, quando si comincia a diffondere la convinzione che ogni essere umano di sesso maschile sia potenzialmente un criminale.
Sarebbe opportuno, a tal proposito, che se a scrivere queste note sono ormai pure dei sostenitori del Codice rosso, favorevoli all’introduzione del reato specifico di femminicidio, non li si tacciasse di avere dei secondi fini o di essere indifferenti a una piaga che esiste e della quale sarebbe assurdo non riconoscere la gravità. Diciamo di più: sarebbe bene che su entrambi i versanti si abbattessero determinate barriere, la si smettesse di seminare zizzania, ci si prendesse per mano, ci si guardasse negli occhi e si combattessero insieme determinate battaglie. Sembra, al contrario, che alcune esponenti, specie le più in vista, di determinati movimenti abbiano disperatamente bisogno di un nemico per legittimare la propria attività diciamo così “politica”, senza rendersi conto, o forse essendone pienamente consapevoli, che questa deriva, applicata a una società invecchiata, malinconica e già intrisa di rancore, possa diventare, per eterogenesi dei fini, un propellente per il dilagare del vannaccismo.
Senza voler speculare su una tragedia, ma per intenderci al volo, esistono i Filippo Turetta ed esistono, per fortuna, i Gino Cecchettin. Lo scriviamo a ragion veduta mentre prendiamo atto di una realtà atroce, emersa in quest’estate ormai al crepuscolo: le famiglie sempre più composte da una sola persona, il crollo demografico, la solitudine come cifra esistenziale, la cultura della paura e del sospetto e l’incapacità di stare insieme e compiere un percorso di vita l’uno accanto all’altra. Se consideriamo poi che i salari maschili e femminili sono tuttora diseguali, non possiamo non prendere atto di star condannando una parte consistente della popolazione a un futuro prossimo alla miseria. Ciò non significa che si debba tenere insieme una coppia anche se è scoppiata, tornando a prima della Fortuna-Baslini che introdusse il divorzio, sia chiaro, ma che magari imparare di nuovo a volersi bene e a costruire un nucleo familiare fondato sull’amore e sul rispetto reciproco potrebbe costituire pure una forma di welfare.
Ci rivolgiamo, in conclusione, alle femministe, compagne di tante lotte sacrosante, al fianco delle quali ci siamo schierati e abbiamo manifestato in più occasioni: occhio, perché chi sta erigendo un muro fra uomini e donne, se è un uomo è sostanzialmente un talebano ma se è una donna, sta solo lucrando sulle vostre paure e sulle vostre comprensibili insicurezze, puntando a incassare i dividendi dell’odio e della barbarie. Non è da lì che verrà il vostro riscatto. Non è con simili modelli che potremo superare le diseguaglianze, sconfiggere le ingiustizie e giungere a una piena parità. Non è, in poche parole, con l’intolleranza e l’assenza di dialogo che potremo vincere le prossime elezioni e provare a cambiare il Paese.
