La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito oggi che l’ergastolo aggravato inflitto a Osman Kavala per il presunto tentativo di rovesciare il governo in Turchia, usando coercizione e violenza nel contesto delle proteste di Gezi Park nel maggio-giugno 2013, viola la Convenzione europea sui diritti umani e ha dichiarato che la condanna contro il filantropo e imprenditore turco è illegale.
La Cedu, come nei due precedenti pronunciamenti sul suo caso, ha chiesto alla Turchia di rilasciarlo il prima possibile.
Oppositore del presidente Recep Tayyip Erdogan e attivista, Kavala è detenuto da quasi nove anni per il suo impegno nella difesa di diritti fondamentali come la libertà di espressione, di riunione e di associazione.
La prima decisione, nel 2019, riguardava il suo arresto. La Corte aveva concluso che non c’era alcun ragionevole motivo per la sua detenzione, evidenziando che “aveva il solo scopo di mettere a tacere Osman Kavala come difensore dei diritti umani”.
La seconda sentenza nel 2022, emessa a seguito della “procedura di infrazione” ai sensi dell’articolo 46 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, riguardava un secondo procedimento oltre alla mancata attuazione della prima decisione.
L’Alta aveva ribadito che la prosecuzione della detenzione di Kavala, sulla base di accuse sugli stessi fatti contestati nel primo procedimento, e la sua condanna per imputazioni che “non soddisfacevano nemmeno il ragionevole standard di sospetto richiesto per la detenzione”, ha violato l’obbligo della Corte europea dei diritti dell’uomo di applicare la decisione del 2019.
La terza decisione, quella odierna, è relativa all’accanimento della detenzione di Osman Kavala, condannato all’ergastolo aggravato nel 2022.
La Corte ha stabilito che Kavala “continua ad essere detenuto illegalmente e il procedimento penale contro di lui non soddisfa i requisiti del diritto a un processo equo (violazione degli articoli 5 e 6 dell’accordo).
Valutate le inadeguatezze nel processo e l’arbitraria applicazione del diritto penale, i giudici hanno concluso che i diritti fondamentali di Kavala, tra cui la libertà di espressione e la libertà di associazione (articoli 10 e 11 della Convenzione), sono stati gravemente violati.
La Corte ha anche stabilito che l’articolo 3 della Convenzione è stato violato perché non esisteva alcun meccanismo nel diritto interno che consentisse la rivalutazione dell’ergastolo aggravato.
Infine ha rilevato che la privazione della libertà, il procedimento penale e la condanna nei suoi confronti avevano l’intenzione di punirlo per aver espresso le sue opinioni come difensore dei diritti umani e ha determinato la violazione degli articoli 5, 6, 10 e 11 della Convenzione, nonché degli articoli 18.
Considerando la gravità delle violazioni e le loro conseguenze, la Corte ha affermato che “l’unica misura per porre fine a queste ingiustizie è il rilascio immediato del richiedente e l’eliminazione di tutte le conseguenze relative alla sua condanna”.
Questa decisione è definitiva ai sensi dell’articolo 46 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Teoricamente tali sentenze sono vincolanti ai sensi dell’articolo 90 della Costituzione della Repubblica di Turchia.
Il timore, o meglio la quasi certezza, è che ancora una volta la Cedu venga totalmente ignorata dalle autorità turche.
Osman Kavala, a cui è stato assegnato il Premio Libertà 2025 di Liberal International, il prossimo 1° novembre inizierà il 9 anno di carcere, nonostante le sentenze vincolanti della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU).
Il calvario di Kavala è iniziata nel 2017, con il suo arresto, per poi trasformarsi in vera e propria persecuzione quando è stato condannato al carcere a vita in un processo farsa per “aver tentato di rovesciare il governo turco” durante le proteste di Gezi Park contro Erdogan.
Insieme a lui, altre sette persone – Mücella Yapıcı, Çiğdem Mater, Mine Özerden, Can Atalay, Tayfun Kahraman e Hakan Altınay – hanno ricevuto una condanna a 18 anni per averlo presumibilmente aiutato nell’operazione.
Un accanimento giudiziario che va avanti da troppo tempo. Articolo 21, che fa parte del gruppo di advocacy per la Turchia, chiede che Osman Kavala torni libero.
Subito.
