Ceuta, la città spagnola in terra d’Africa è stata invasa tra giovedì e venerdì da circa 50 mila persone. Si tratta della più grande crisi migratoria degli ultimi anni. Tutti i passi di frontiera sono stati chiusi a Ceuta e Melilla, l’altra città spagnola in terra d’Africa. L’emergenza ora sta rientrando e le autorità spagnole comunicano che quasi 40 mila persone sono già rientrate in Marocco.
Pedro Sánchez e il ministro dell’Interno Fernando Grande Marlaska si sono recati oggi a Ceuta e il governo ha dispiegato l’esercito “per rafforzare la Guardia Civil e mantenere la sicurezza nella città”, sottolineando la “collaborazione esemplare” col Marocco.
Ieri, giovedì, ondate successive hanno raggiunto il frangiflutti del Tarajal e la recinzione di filo spinato per tuffarsi in mare e aggirare il confine a nuoto. Almeno 27 persone sono annegate nel tentativo.
L’episodio non sembra essere solo una “semplice” crisi migratoria. Si è parlato della recente sentenza del Tribunal Supremo, che impedisce i respingimenti di chi arriva a nuoto, come fattore scatenante, o della recente regolarizzazione di migranti, già stabili sul territorio nazionale, con innesco di effetto chiamata.
I tratti attraversati sono pericolosi, uno dei confini più sorvegliati del Mediterraneo. Sia il territorio marocchino che quello spagnolo sono cintati sin dentro le acque marine, sorvegliati con telecamere a infrarossi e sensibili al calore.
Muovere tanta gente richiede organizzazione e logistica e, per quanto Madrid accusi le mafie della tratta di esseri umani, discolpando il governo marocchino, l’operazione richiede strutture, coordinamento, comunicazioni criptate, insomma il coinvolgimento di apparati statali, servizi di sicurezza e intelligence.
Quanto avvenuto ha le caratteristiche più inquietanti di un episodio di guerra ibrida, un attacco dall’esterno contro un paese dell’Ue. Il primo imputato è il Marocco.
Il 20 luglio scorso Sánchez si è recato in viaggio ufficiale ad Algeri, chiudendo la crisi con l’Algeria, scoppiata nel 2022 per il sostegno di Madrid alla proposta di autonomia marocchina del Sahara Occidentale. A marzo la corona marocchina rese pubblica una lettera con cui la Spagna, senza renderne conto in Parlamento e all’oscuro della quasi totalità dei ministri, abbandonava un quarantennio di politica estera, appoggiando la proposta Onu di referendum tra i sharawi per decidere se aderire o meno al regno del Marocco, in favore dell’autonomia amministrativa sotto sovranità marocchina proposta da Rabat.
La svolta spagnola fa rompere con Algeri. Le diplomazie, però, hanno sempre mantenuto il dialogo. La chiusura della crisi non fa piacere a Rabat, naturalmente. Ma non tutti sono convinti che ci sia il governo marocchino dietro ai fatti.
Che ci sia compartecipazione marocchina sembra difficile da scartare ma non è detto che sia del governo. Madrid sottolinea la cooperazione con Rabat. Proviamo allora a allargare lo sguardo.
Sotto tiro c’è la politica migratoria, e la stabilità, di uno stato Ue; quindi dell’Ue. Si colpisce la Spagna, paese che più si è opposto all’imperialismo militare di Washington, ai crimini israeliani a Gaza e in Libano, che si è rifiutato di portare al 5 per cento del Pil le spese militari come richiesto da Trump e ha negato le basi sul suo territorio per le operazioni militari della guerra illegale israelo-americana all’Iran.
Questa crisi colpisce Sánchez, favorisce Vox, rende ancor più subalterno il Pp alle parole d’ordine xenofobe, divide i partner europei che irresponsabilmente mettono in discussione Schengen e isolano Madrid. Un bel colpo al governo europeo più attivamente contrario alle politiche di Israele e Stati Uniti nel Mediterraneo.
Donald Trump ha pubblicamente annunciato che avrebbe punito Madrid, il “terribile partner”, minacciato il blocco degli scambi e inanellato attacchi inusuali contro un alleato Nato impegnato in azioni comuni le cui truppe lavorano fianco a fianco con quelle Usa in diversi scenari.
Israele accusa direttamente Madrid e il governo di “antisemitismo”. Le occasioni di scontro dal post-sette ottobre si sono susseguite, con richiami di ambasciatori e tempeste digitali di dichiarazioni politiche e istituzionali durissime.
Con gli accordi di Abramo Rabat è passata dall’avere un buono ma distaccato rapporto con Israele a esserne un partner militare formale. Per Israele ora Rabat è un partner chiave nell’area, e condivide un interesse strategico al realizzarsi delle politiche regionali di Rabat.
Tel Aviv è da un po’ che si occupa di Ceuta e Melilla, aprendo alle rivendicazioni territoriali marocchine. Nel marzo 2026, Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, tink-tank liberista e filo-israeliano, scrivendo tramite il Middle East Forum, ha invitato l’amministrazione Trump a riconoscere formalmente Ceuta e Melilla come territorio marocchino occupato, definendo la Spagna “una potenza coloniale che gestisce colonie attraverso lo Stretto di Gibilterra”. Pochi giorni dopo, il deputato Mario Díaz-Balart, presidente della sottocommissione per la sicurezza nazionale della Camera e uno dei più stretti confidenti di Marco Rubio al Congresso, ha dichiarato pubblicamente che le enclavi “non si trovano nel territorio geografico della Spagna”, bensì in territorio marocchino, e che il loro destino dovrebbe essere “stabilito, negoziato e discusso tra amici e alleati”.
Comunque sia, un paese membro dell’Ue è oggetto di un’azione ostile che appare come un caso da manuale di guerra ibrida. E la reazione dell’Ue è stata penosa.
Hanno iniziato Meloni e Tajani, proponendo la sospensione di Schengen per la Spagna, possibilità esplicitamente esclusa dall’accordo. Che in questi giorni milioni di spagnoli e italiani si stiano muovendo tra per rimpinguare reciprocamente i Pil dei due paesi con le vacanze estive, non ci hanno neanche pensato. Gli è andata dietro la Finlandia, anch’essa governata da una coalizione tra destre ed estreme, e si è accodata anche la prima ministra danese, Mette Fredriksen, seppur socialdemocratica: “L’Ue deve valutare tutte le opzioni compresa la sospensione di Schengen”.
Ursula Von der Leyen ha dimostrato di avere capito benissimo la posta in gioco, dichiarando: “Non possiamo permettere che nessuno entri nella nostra Unione senza rispettare le nostre norme”. Solidarietà e sovranità europee scomparse, nella ristretta visione della Fortezza europea.
Così anche Manfred Weber ha sentenziato: “Le immagini devastanti sono la conseguenza diretta del fattore di attrazione della regolarizzazione di massa, raddoppiato dalla strumentalizzazione dell’immigrazione illegale”. E Emmanuel Macron ha chiesto al ministro dell’Interno, Laurent Núñez, di adottare “tutte le misure necessarie” per rafforzare i controlli alla frontiera con la Spagna.
Ci è voluto il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, per esprimere “solidarietà alla Spagna nell’attuale situazione di migrazione illegale a Ceuta”. E a sottolineare “la ferma risposta spagnola, con rientri accelerati, che dimostra la nostra determinazione nella protezione delle frontiere esterne, combattere la migrazione illegale e smantellare le reti criminali di traffico delle persone”.
La leadership europea sembra, nel migliore dei casi, non rendersi conto della portata dei fatti, chiusa in una visione politicista e superficiale dei fatti. Un paese europeo, l’intera Ue, è sotto attacco e loro sembrano non rendersene neanche conto. Se stolti o complici, non si sa che sia peggio.
