Questo 2026 è un anno importante per diverse ragioni, prima fra tutte l’ottantesimo della nascita della nostra Repubblica: il 2 giugno 1946.
“È un miracolo della ragione che una Repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re”.
È il commento di Piero Calamandrei ai risultati del referendum, sul Corriere della Sera di giovedì 6 giugno 1946.
Ma non si trattò di un miracolo: nel 1946 la ripresa della vicenda elettorale svela la rinascita della vita democratica, declinata non solo nel senso dell’attività dei partiti e delle istituzioni ma come esperienza politica e umana del primo voto, per le donne prima di tutto, ma anche per i giovani e per l’intero corpo elettorale, lontano dalle urne da più di venti anni.
A marzo (10, 17, 24, 31) e il 7 aprile del 1946 le urne si aprono per le elezioni dei consigli comunali.
Sono coinvolti 19.802.581 elettori, 9.472.946 uomini e 10.329.635 donne. Voterà l’82,3% degli aventi diritto. Oltre duemila donne entrano nei Consigli Comunali e una decina di donne sono elette Sindaco.
L’appuntamento elettorale nazionale più atteso è il referendum del 2 giugno (il quesito: Monarchia o Repubblica). Nello stesso giorno si elegge l’Assemblea Costituente con 556 componenti di cui 21 donne. L’affluenza complessiva è dell’89,08%. Alle urne si recano circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini.
Adriana Chemello il mese scorso ha raccontato, attraverso parole di donne, quell’evento non solo nella sua valenza politica, che pone fine ad una antica esclusione, ma soprattutto nominandone il forte impatto emotivo. (… era un giorno bellissimo). “C’è ancora domani” è il film di Paola Cortellesi che vede la protagonista uscire dal seggio sorridendo consapevole che qualcosa di nuovo sta nascendo e che riguarda anche la sua vita.
Dunque 21 donne vengono elette tra 556 componenti: poche, si dirà, ma la traccia che lasciano con la loro storia e il loro tenace impegno è davvero straordinaria.
Per elaborare un progetto di Costituzione repubblicana da proporre alla discussione plenaria dell’Assemblea Costituente, il 15 luglio 1946 fu istituita la Commissione dei Settantacinque, l’organo più importante della Costituente. Di questo e delle sue tre Sottocommissioni (sui diritti e doveri dei cittadini; sull’organizzazione costituzionale dello Stato; sui rapporti economici e sociali), facevano parte cinque madri Costituenti: Angela Gotelli e Maria Federici (Democrazia Cristiana), Nilde Iotti e Teresa Noce (Partito Comunista Italiano), Lina Merlin (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria). Hanno lavorato con efficacia.
Basta pensare al testo definitivo della Costituzione nella parte relativa ai Principi fondamentali e nella prima parte “Diritti e doveri dei cittadini”: porta un segno femminile.
Sottolineando il basso numero di donne elette: 21 su 556 si può pensare che le donne hanno votato poco le donne (vecchio adagio!).
I collegi erano trentuno, i candidati maschi più di due migliaia e le donne candidate duecentoventisei unità (dati dal Ministero degli interni che non da il numero esatto dei candidati maschi).
Era la prima volta. Qualche eccezione comunque c’è stata.
Nel bel libro di recente uscito “Paura non abbiamo” a cura di Serena Dandini si legge che Bianca Bianchi, socialista e professoressa di filosofia, candidata a Firenze, ha avuto quindicimila voti di preferenza, più del doppio del capolista, Sandro Pertini. (pag.28 capitolo terzo).
Bianca Bianchi (Vicchio 31 luglio 1914 – Firenze, 9 luglio 2000) aveva frequentato la scuola magistrale “Gino Capponi” a Firenze e poi la facoltà di magistero diventando una maestra. Si iscrisse poi alla facoltà di Filosofia e Pedagogia, autofinanziandosi, e si laureò nel 1939 con una tesi “Sul pensiero religioso in Giovanni Gentile”. Insegnò in diversi istituti superiori in più città.
L’oppressione fascista la indusse a licenziarsi: una scelta di cui andò fiera. Accettò una cattedra in Bulgaria, presso l’istituto italiano di cultura a Sofia.
Dopo solo un anno torna in Italia, aderisce al Partito d’Azione, entra nella Resistenza come staffetta. Alla fine della guerra lascia il Partito d’Azione ed entra nel Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria col dissenso di suo nonno Angiolo che l’apostrofa con le parole:” Tu sei una donna”.
Al suo primo intervento in pubblico pensò a suo padre che era morto quando lei aveva sette anni. In quel momento vide il nonno Angiolo che l’ascoltava, sorridente.
Bianca fu dunque eletta nell’Assemblea Costituente.
Tutte le 21 madri della Repubblica sono state protagoniste, insieme a tantissime altre donne, della nascita e della costruzione della nostra Repubblica: hanno partecipato alla lotta di liberazione contro il fascismo e il nazismo, per la libertà e la democrazia; hanno conquistato, con l’impegno che si è dispiegato a partire dal Risorgimento, il diritto di voto che le donne hanno il 2 giugno esercitato in massa.
Di alcune delle Madri Costituenti abbiamo tracciato il profilo nella rubrica “Dalla pate di Lei” che a maggio 2025 ha compiuto quattro anni.
Per l’occasione abbiamo scritto un testo insieme, Adriana e Mariangela, approfondendo la figura di Alba De Cespedes, autrice del romanzo “Dalla parte di Lei” che esce nel 1949. Alba scriverà nella prefazione: “Questo libro è la storia di un grande amore e di un delitto” e anche di una rivolta. Si annuncia come un libro di rottura per quegli anni, difficile, esplicito nella scelta di stare dalla parte delle donne, sempre. Nel 2021 Melania Mazzucco titolerà la sua introduzione alla nuova edizione del romanzo così:” Tutte le donne sono innocenti”.

Alba aveva pubblicato il suo primo romanzo nel 1938 con il titolo “Nessuno torna indietro” con la casa editrice Mondadori. La legava all’editore una solida amicizia che l’aveva sostenuta in momenti difficili. Quando il regime chiese il ritiro del romanzo, una censura fascista, l’editore si oppose.
Il personaggio femminile delineava una donna autonoma, in contrasto netto con l’immagine della donna proposta dal regime fascista.
Il libro varcò i confini nazionali. Con quel romanzo, Alba De Céspedes vinse il Premio Viareggio nel 1939 ex aequo con Vincenzo Cardarelli ma la decisione della giuria fu annullata per ordine di Mussolini: a causa degli attuali e precedenti politici antifascisti di De Céspedes e del reiterato mancato rinnovo della tessera fascista di Cardarelli.
Adele Bei nasce nel 1904 a Cantiano, nelle Marche; è la terza di undici figli, in una famiglia socialista, a meno di vent’anni la libertà e l’indipendenza sono tratti distintivi della sua personalità; si sposa con Domenico Ciufoli e, quando lascia l’Italia per sfuggire all’oppressione fascista, avrà già due figli Angela e Ferrero. È già impegnata nella militanza clandestina e viaggia, attraversando confini per portare informazioni e materiale di propaganda antifascista.
Nel 1933 viene arrestata a Roma e il Tribunale speciale la condanna a diciotto anni di carcere. Subito condotta alle Mantellate, un carcere femminile duro a Trastevere (che sarà chiuso negli anni ’50).
A verbale farà scrivere: “La sottoscritta non intende dare spiegazioni sul suo operato”.
Il fenicottero Adele (fenicotteri erano chiamate anche le staffette) dunque è stata arrestata ma reagisce con fierezza alle domande insulti dei carcerieri e in Tribunale. È preoccupata per i figli che però sa essere al sicuro in una specie di collegio/rifugio nel cuore della Russia: l’ha rassicurata Domenico che è stato fondatore del Partito Comunista e lavora con Togliatti. Adele viene trasferita nel carcere di Perugia gestito da monache seguaci del direttore, infervorato fascista della prima ora.
Sarà per molti mesi in isolamento con dure privazioni e violenze come succede a tutte le detenute.
Lo racconterà anche Camilla Ravera, arrestata nel 1930 e che passerà quasi tre anni a Perugia, dei quindici comminati.
Adele studia mentre è in carcere e non perde l’ironia. A pag. 15 di “Paura non abbiamo” si legge che la foto di un bimbo piccolo che Adele conserva in cella non le viene sequestrata perchè le monache pensano sia del figlio. Invece è di Lenin piccolo! (uno scherzo beffardo!).
Nel giugno 1941 Adele viene condotta al confino a Ventotene. Non trova certo il Paradiso ma sempre meglio del carcere anche se si soffre la fame, scarseggiano cibo e acqua e il latte è ricavato da una sola mucca (a mungerla ogni giorno è Giuseppe di Vittorio!) ed è riservato ai malati. Sappiamo che a Ventotene ci sono altri antifascisti e antifasciste. Adele conosce Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Ursula Hirschmann e Ada Rossi.
Adele, a contatto con le menti più libere e più audaci, dà una svolta alla sua formazione.
Tornata in libertà si occupa dei Gruppi di difesa della donna entrando nella Resistenza. Organizza riunioni clandestine in cui si comincia a riflettere su cosa si farà finita la guerra e la dittatura fascista. È sicuro, penso, che Adele e molte altre donne abbiano ascoltato Radio Bari e anche Radio Napoli condotte da Alba De Cespedes che vive e fa vivere una straordinaria esperienza politica.
Una coppia fantastica Adele e Alba: l’azione e la parola!
Dunque la vita di Adele si accompagna alla rinascita del Paese ma le sue vicende personali sono amare. Domenico, col quale ha condiviso ideali e pericoli torna dal campo di concentramento irriconoscibile anche per lei che lo aveva sempre tanto amato. Per le sofferenze che ognuno ha subito si allontanano invece che avvicinarsi e guardare al futuro possibile per il quale avevano lottato tutta la vita.
Nel 1945 Adele va a Mosca a riprendere i suoi figli che quasi non la riconoscono. Il figlio Ferrero si ammala e muore. Adele riesce a reagire pensando alle donne che hanno votato per la prima volta e che aspettano il cambiamento promesso.
Si impegna, entra in Parlamento quando ha quarantadue anni: finalmente potrà utilizzare quanto ha imparato e portare in Parlamento battaglie per la libertà delle donne, per il salario minimo(!), per la difesa dei diritti delle lavoratrici in particolare delle “tabacchine”.
Adele nel 1948 è stata nominata senatrice di diritto per meriti antifascisti: “Noi Donne” titolò con orgoglio “Era una ragazzina di campagna, è diventata il senatore Bei”. Chissà se Giorgia Meloni conosce questo particolare interessante!
Delle 21 madri Costituenti che non abbiamo ancora tutte raccontato, costruiremo i profili così come di tante altre donne che magari ancora non conosciamo e che possono essere considerate delle Madri anche loro.
Per il 2 giugno scorso Adriana ha scritto delle dieci maestre di Senigallia che, nel 1906 ottengono, se pur per breve tempo, il diritto di voto. Trae spunto dal romanzo di Maria Rosa Cutrufelli “Il giudice delle donne”.
Quella storia è collegata all’impegno per il voto alle donne di Anna Maria Mozzoni (1837-1920), una delle prime e importanti protagoniste del femminismo, della vita politica italiana e internazionale tra Otto e Novecento.
Fu un’agitatrice politica, Mozzoni, forse l’unica femminista italiana di quel periodo accostabile alle suffragette inglesi e americane. La sua intransigenza cocciuta emerge dalla sua scelta più forte: quella di perseguire l’emancipazione/libertà femminile come obiettivo politico autonomo che richiede una organizzazione politica altrettanto autonoma.
Non accettò mai l’idea che l’emancipazione della donna, la sua libertà fossero un effetto automatico del conseguimento di un altro obiettivo come ad esempio l’Italia Unita (la Patria), per i mazziniani, o l’avvento al potere della classe operaia, per i socialisti.
La rivendicazione dei diritti della donna era per lei la più vasta e radicale delle questioni sociali, e per questo poteva essere coordinata, ma mai subordinata ad altre rivendicazioni, ad altre rivoluzioni. Pensava che dovessero essere le donne a proporre le riforme, organizzate a questo scopo; perché
“i diritti e le libertà ottenute in dono sono illusorie”.
Utilizzò lo strumento della petizione, ne presenterà diverse, respinte. L’ultima nel 1906 sarà corredata da diecimila firme tra cui quelle di venti donne di prestigio, come Teresa Labriola (1874/1941) e Maria Montessori (1870/1952) che, non solo aderisce all’iniziativa, ma il 26 febbraio 1907 lancia un appello, un Proclama alle donne Italiane, attraverso le pagine del settimanale cattolico «La Vita» fondato nel 1897. “DONNE TUTTE SORGETE! Il vostro primo dovere in questo momento sociale è di chiedere il voto politico. La legge italiana è la più equa nel mondo civile e la più umanitaria: fatele onore. … iscrivetevi alle liste elettorali. Il diritto di voto è rivendicato, (si legge nella petizione), perché nessuna legge lo vieta … e perché siamo cittadine, perché paghiamo tasse e imposte, perché siamo produttrici di ricchezza, perché paghiamo l’imposta del sangue nei dolori della maternità, …”
La proposta Mozzoni sarà presa in esame nel 1907 dalla Camera dei Deputati, nell’ambito della vasta e lunga discussione sulla riforma elettorale. Presidente del Consiglio è Giolitti, se ne discuterà anche nella commissione da lui nominata nel 1908, proprio mentre si apre il Congresso Nazionale delle donne italiane promosso da una serie di organizzazioni femminili con sede a Roma e a Milano. I comitati pro voto si erano formati nelle maggiori città italiane ed erano collegati con l’International Woman Suffrage Alliance che nasce nel 1902 a Washington. Alla fine la legge approvata nel 1912 estende il diritto di voto a tutti gli uomini adulti a prescindere dal censo, anche agli analfabeti.
Si chiamò suffragio universale: votarono otto milioni di elettori tutti maschi, ma le donne NO.
Le dieci maestre di Senigallia, Maria Montessori e Anna Maria Mozzoni: sono altre Madri.
Liliana Contin ci ha raccontato per la rubrica “Dalla parte di Lei”:
Arpalice Cuman Pertile: una donna d’altri tempi, questo il titolo. Vicentina nasce a Marostica il 12 maggio 1876 dove anche muore il 30 marzo 1958.
La sua vita a cavallo di due secoli due guerre mondiali un ventennio fascista.
La conoscenza più approfondita della sua vita e delle sue opere, scrive Contin, mette in luce il suo spessore morale e culturale, la forza di una donna, a suo modo “combattente”, che ha fatto scelte coraggiose che hanno fortemente condizionato la sua esistenza. Studiò tra Verona e Firenze; tornò a Marostica nel 1898 per festeggiare nel Teatro Sociale la sua laurea sul teatro goldoniano. Tenne il suo primo discorso concentrandosi non sull’argomento della tesi ma sui bisogni dei bambini, soprattutto quelli più svantaggiati auspicando la realizzazione di un asilo pubblico che riuscì a inaugurare alcuni anni dopo, con la costituzione di un Comitato cittadino. Arpalice si sposò con Cristiano Pertile, docente di lettere al Liceo Pigafetta di Vicenza.
L’uguaglianza per lei era basata sull’educazione e lo studio perchè le donne non fossero più emarginate dalla politica. Nelle sue memorie, il 2 giugno 1946 fu salutato come “un’altra delle nostre battaglie, vinta: la donna italiana finalmente chiamata a partecipare alla vita politica alla pari dell’uomo, come noi avevamo sempre audacemente auspicato”.
A questi temi aveva dedicato studio e conferenze col titolo “La donna nella storia e nella poesia italiana” parlando di tante figure di donne che avevano combattuto durante il Risorgimento poco conosciute e quasi mai ricordate. Alcuni nomi: Gaspara Stampa, Vittoria Colonna, Anita Garibaldi, Teresa Confalonieri, Enrichetta Castiglioni, Cristina di Belgioioso … .
“Noi possiamo onorarle”, scrive Arpalice, “seguendo il loro esempio, senz’armi. Tutte le donne hanno la divina virtù di placare le ire e disarmare la violenza perchè ogni ideale di civiltà e di giustizia trionfi sulla terra senza sangue, con la maestà di un astro che sorge”.
Ricordando la ferocia delle guerre e la luce dell’amore materno (la madre di Eurialo nell’Eneide e il suo pianto), pronuncia parole forti contro la guerra.
Il 19 gennaio del 1915 a Vicenza presso cinema Odeon in un incontro organizzato dalla Scuola Libera Popolare, si schierò apertamente, insieme al marito, contro l’entrata in guerra dell’Italia.
Gli interventisti li accusarono di essere antitaliani; furono trasferiti forzatamente lontano da Vicenza, dove tornarono nel 1919 finita la guerra.
Furono, nel 1923, esonerati dall’insegnamento perchè non aderirono al fascismo. …
Negli ultimi anni di vita Arpalice scrisse la sua autobiografia che intitolò Le memorie di due cuori, ricordando la sua storia felice con Cristiano: condivisero amore affetto ma anche valori e ideali. Arpalice ha utilizzato la “parola” come strumento di lotta, la sua produzione è copiosa, molti dei suoi libri furono ritirati nel 1929. Ma nel 1939 furono esposti alla Prima Mostra Internazionale del Libro del Fanciullo a Firenze. Arpalice, insieme a molte altre, aveva già capito che:
“Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è considerata la più sovversiva” (da “Stai Zitta”, Michela Murgia che ci ha lasciato il 10 agosto di tre anni fa).
Giulia Brian nel bell’articolo “Alla luce dell’articolo 11: la pace delle Costituenti”, scrive:
“Le Ventuno, ce lo racconta la più giovane di loro, Teresa Mattei, sono scese dall’anfiteatro dei banchi, si sono unite con le mani in un cerchio per sigillare con quel gesto di sorellanza l’approvazione appena avvenuta dell’articolo 11, gemma della Costituzione italiana che sancisce il ripudio della guerra e l’impegno per la pace”.
In opposizione al nazionalismo, all’imperialismo, al militarismo dell’ideologia fascista, la Costituente aveva voluto affermare, con chiarezza e lungimiranza, la volontà di una politica improntata alla cooperazione e al rispetto del diritto internazionale. In attesa che venisse eletta l’Assemblea Costituente, fu istituita la Consulta Nazionale, un parlamento ad interim attivo tra il 25 settembre ’45 e il primo giugno ’46, e formato da 440 membri di cui 13 donne che furono molto attive nel sostenere la scelta della pace, dalla cattolica Angela Maria Guidi Cingolani, così tutte le donne, di qualsiasi orientamento politico, che si pronunciarono in Aula.
Del resto i traumi causati dalla forza bruta erano il lascito di oltre vent’anni di fascismo e cinque di lotta armata: il concetto di pace era la pace invocata da Lisistrata, scioglitrice di eserciti, l’ateniese che nella commedia di Aristofane propone alle donne delle polis greche di fare dei propri corpi uno strumento politico per costringere gli uomini a deporre le armi.
Il coraggio dell’utopia, contraddistingue già l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…;
Ma il 6 e l’8 agosto 1945 gli USA avevano già sganciato due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Il 31 luglio 1947 l’Assemblea Costituente vota il Trattato di Parigi con gli alleati: 262 si, 68 no, e 80 astensioni. È molto probabile che le donne non abbiano votato a favore.
Maria Maddalena Rossi osservò, citando l’articolo 11, che “una pace duratura non si stabilisce solo attraverso un Trattato, ma soprattutto attraverso una politica di riconciliazione e di collaborazione con gli altri popoli” trovando rispondenza nella coscienza e nel sentimento delle masse popolari”.
Le elezioni del 1948 con la vittoria schiacciante della DC il fronte antifascista si indebolì e il nuovo assetto parlamentare si rivelò nel dibattito sull’adesione al Trattato del Nord Atlantico (NATO).
Le Costituenti, con l’eccezione di Angela Maria Guidi Cingolani, espressero una posizione contraria. I loro interventi accurati determinati appassionati facevano leva su forti parole come Coscienza Responsabilità Memoria oltre che fiducia piena nei principi costituzionali.
Anche Nilde Iotti intervenne contro al patto di guerra invocando la storia e la tradizione di pace della sua terra; e la Resistenza delle donne.
Iotti dichiara il suo voto contrario in memoria di quegli ideali di fratellanza e di pace per cui le donne hanno lottato rischiando la loro stessa vita, perché il nostro Paese avesse l’indipendenza e la libertà, ma anche perché non vi fossero più guerre, perché vi fosse la fratellanza fra i popoli, perché il mondo trovasse nella pace la via del progresso e del rinnovamento sociale.
Oggi dobbiamo dire che sta succedendo tutto il contrario.
Nel mondo, tra l’indifferenza generale, discriminazioni violenze e odio, soffiano venti di guerra, ovunque. Sono almeno 59 i conflitti: numeri che ci dicono quanto alta sia l’instabilità che, come valutano varie fonti, pare sia la più alta dopo la seconda guerra mondiale.
La libertà i diritti umani sono violati spesso anche in Paesi dove la guerra non c’è. Anche in Italia.
Sono a rischio gli organismi internazionali che sono stati garanzia per la pace dopo le due guerre mondiali. La nostra Costituzione all’articolo 11 recita:” L’Italia ripudia la guerra … …”.
È la scelta dei nostri costituenti: un impegno solenne per la costruzione di un mondo dove prevalgano la solidarietà e la cooperazione, la giustizia e il rispetto tra le genti differenti ma uguali nei diritti e doveri, anche nei confronti dell’ambiente naturale e di altre specie animale. Costruire la pace rispettando l’autonomia e l’autodeterminazione dei popoli, fuori da logiche di potenza e di rapina di risorse naturali: è imperativo categorico che riguarda tutti.
