Emfa, la grande incompiuta

Chi ha paura di Geppi Cucciari?

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La simpatica trasmissione radiofonica (la radio ha virtù espressive inarrivabili) Un giorno da pecora non avrà più la voce di Geppi Cucciari, insieme a quella di Giorgio Lauro. Si dice per problemi tecnico-organizzativi. Chissà. Certamente la satira, di cui Cucciari è un’interprete colta e originale, non è il piatto preferito di una destra (nel governo e nella Rai) che al più si compiace con le barzellette o la comicità un po’ volgare.

La comicità intrisa di suggestioni e di ironie o sarcasmi non piace, perché – che la si capisca o no – se ne coglie l’aura sovversiva rispetto ai codici linguistici prevalenti.

Le culture reazionarie in questo non si smentiscono mai e neppure la Rai contraddice simile tradizione. La casistica è vasta e persino incredibile, a cominciare dalla censura a Dario Fo e Franca Rame.

Si tratta di un’ennesima riprova della combinazione perversa tra cascami destrorsi e palese inadeguatezza di un vertice che per una crudele scelta del destino siede in cima alla piramide del servizio pubblico. Del resto, è ancora calda la polemica (densa di pericoli e di aspetti surreali nello stesso tempo) sulla vicenda di Report, trasmissione di grande rilievo che pare sia ancora nel mirino della direzione di un’azienda da tempo in campagna elettorale. Il programma esce comunque ammaccato dopo l’offensiva maccartista, mentre il vituperato Sigfrido Ranucci è diventato un santino seguito da una tifoseria che nel frattempo si è allargata. Si è ricordato numerose volte come un certo masochismo abbia preso il sopravvento, per esempio nell’esibizione di una curiosa felicità per la migrazione altrove del pubblico della gloriosa terza rete televisiva. O, su altri versanti, vi è la mancanza di un piano industriale o di una visione sul futuro delle torri trasmissive di RaiWay.

A fronte di simile situazione di crisi si pongono doverosi punti interrogativi: che fine farà la revisione dell’attuale normativa del 2015 sull’ex monopolio di stato, che sovvertì la giurisprudenza costituzionale attribuendo pieni poteri ad un amministratore delegato designato dal governo? Il testo della maggioranza e gli emendamenti delle opposizioni sono carta straccia? La discussione arriverà nelle aule parlamentari o è stato un falso movimento? La Commissione europea farà applicare l’European Media Freedom Act o ha accettato la dottrina di Trump, Vance e Thiel secondo la quale le regole non contano?

Viene il dubbio che della sorte dei media di servizio pubblico ai poteri reali interessi ormai poco, presi come sono dal corpo a corpo con le Big Tech. Insomma, mutatis mutandis, si corre il rischio di commettere lo stesso errore strategico che portò alla commercializzazione del vecchio sistema radiotelevisivo senza leggi adeguate, contribuendo alla formazione di prepotenti concentrazioni a partire dal Biscione. Ora, se non si applicano le indicazioni che vengono da faticosi negoziati a Bruxelles e Strasburgo (dall’AI Act, al Digital Services Act, al Regolamento sulla pubblicità politica, all’Emfa), gli oligarchi delle piattaforme faranno piazza pulita delle forme di comunicazione precedenti, con i difetti ma pure con i pregi che conosciamo.

Sono previste iniziative già preannunciate dal deputato europeo Sandro Ruotolo, insieme a specifici ricorsi. Anzi. Sul caso di Report è stato evocato proprio l’articolo 5 dell’Emfa, che sottolinea l’autonomia e l’indipendenza dei servizi pubblici. Si potrebbe aggiungere: non c’è un giudice in qualche località italiana che ritenga di imporre la diretta e immediata applicazione dello stesso Emfa?

Le forze di opposizione, alle prese con la definizione di un programma comune, bene farebbero a mettere tra le priorità tali argomenti, ora alquanto negletti. È in corso la discussione sulla proposta di nuova legge elettorale. Se non si decidono con assoluta urgenze bilance e contropoteri, ci avviamo alla versione autoritaria di premierato: con l’applauso di diverse testate e il mondo radiotelevisivo schierato pressoché a reti unificate.


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