Siamo a Mazara del Vallo, piena estate 2026. L’aria calda che arriva dal Canale di Sicilia, i vicoli della Kasbah, la vita che scorre tra le banchine del porto e la spiaggia. Mazara rappresenta un laboratorio vivente del Mediterraneo: qui la convivenza ha la sostanza dei fatti, con i pescatori italiani e tunisini che condividono da cinquant’anni il lavoro sui pescherecci, le scuole bilingui, il profumo delle spezie e del couscous incocciato a mano che dalle cucine del centro è diventato il vero piatto di casa per tutti, e una storia d’accoglienza fondata sul rispetto reciproco.
Poi, basta un concerto in un lido della costa per far precipitare tutto in un attimo. Una band sul palco che suona “Faccetta Nera”, il pubblico che risponde con cori e saluti fascisti. La celebrazione del colonialismo irrompe in questo angolo di Mediterraneo tra la complicità e il divertimento abietto della sua gente. Le giustificazioni di circostanza che arriveranno poche ore dopo non meritano nemmeno una riga.
D’altronde basta conoscere la storia di questa canzoncina del colonialismo per demolirne la finta solennità. Lo racconta Nicola Piovani: “Faccetta Nera” non ha nulla di epico, è solo un plagio sfacciato che un compositore di regime, Mario Ruccione, copiò a Gustavo Cacini, noto comico di avanspettacolo. Era il suo motivetto, quello che usava per il suo ingresso sul palco; un tema che costrinse gli apparati del regime a pagargli di nascosto le royalties per evitare un ridicolo scandalo nazionale. La marcia usata per glorificare i crimini in Etiopia poggiava sulla musica rubata a un comico e saldata sotto banco per mettere tutto a tacere.
Svelata la natura grottesca del mito — come del resto lo è l’intera storia del regime, del suo capo e dei suoi accoliti — resta la gravità del presente. Mazara del Vallo, la città del dialogo tra le sponde del mare, si ritrova investita da una marea nera che viene da lontano. Quei saluti fascisti sulle sponde del Mediterraneo sono la spia di un vento gelido che sta attraversando l’Europa e che spinge la propaganda neofascista a prendersi spazio, un metro alla volta, fino a toccare ogni angolo della società. Contro questo processo di normalizzazione la memoria deve ritrovare la forza di tornare presidio di tutti senza sconti, senza concedere un solo millimetro all’indifferenza.
