Dodici anni fa, nei pressi di Slovjansk, nell’Ucraina orientale che stava scivolando nella guerra senza ancora sapere fino in fondo di esserci dentro, un colpo di mortaio uccideva Andy Rocchelli. Aveva trent’anni. Stava facendo quello che aveva sempre fatto: stava dentro alla storia, non di fronte ad essa. Stava guardando in faccia le persone, non inquadrandole da lontano. Non era, si è sempre detto, un giornalista di guerra nel senso tecnico e convenzionale del termine. Era qualcosa di diverso e, in un certo senso, di più raro: un fotografo che costruiva relazioni prima di costruire immagini. La sua macchina fotografica arrivava dopo. Prima arrivavano lui, la sua presenza, il suo ascolto. Le sue fotografie — i bambini nei bunker del Donbass, le donne dell’Inguscezia che mostrano il documento del figlio scomparso, i profughi afghani ai margini di Kabul — non sono istantanee rubate alla realtà. Sono la realtà distillata attraverso un’esperienza vissuta. Sono la prova che lui c’era. E che c’era davvero. Ricordarlo oggi, nel dodicesimo anniversario della sua morte, significa anche fare i conti con il mondo che nel frattempo è cambiato. Un mondo che Andy non ha potuto vedere, ma che in qualche modo aveva già intuito nei suoi contorni essenziali: il valore di una testimonianza autentica si misura in proporzione inversa alla facilità con cui si produce la simulazione. Siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Si possono generare fotografie di guerra, di povertà, di dolore — credibili, verosimili, esteticamente impeccabili — senza che nessuno sia mai stato sul posto. Si possono costruire volti, contesti, emozioni. La post-verità non è più soltanto il territorio della propaganda rozza e riconoscibile: è diventata sofisticata, capillare, quotidiana. Le immagini false non si distinguono più a occhio nudo da quelle vere. E in questo scenario, la domanda che Andy Rocchelli ci lascia — quella domanda che lui, ancora vivo, ci avrebbe posto con la sua curiosità diretta e senza retorica — diventa urgente quanto non mai: che cosa rimane del valore di esserci? La risposta non è scontata, e non è nemmeno consolatoria. Perché il problema non è solo epistemologico — come distinguiamo il vero dal falso — ma economico e culturale. Oggi i giornali non pagano più le fotografie scattate a migliaia di chilometri di distanza, perché quelle immagini si trovano comunque, in qualche modo, attraverso la rete. Il mercato ha già risposto alla domanda sulla testimonianza: non la vuole, o non è disposto a pagarla quanto vale. I fotografi che hanno scelto di stare dentro alle storie, come Andy, si trovano a fare un mestiere sempre più difficile da sostenere economicamente, sempre più precario, sempre più esposto — nel senso letterale della parola, al rischio fisico — senza le tutele che il lavoro dipendente garantisce. Eppure c’è qualcosa che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, riesce a replicare. Non è la perfezione tecnica dell’immagine — quella, semmai, la supera. È il peso specifico di una fotografia scattata da chi conosceva le persone che ha fotografato. È la differenza tra un’immagine che rappresenta una realtà visiva e un’immagine che testimonia un’esperienza vissuta. Andy Rocchelli non fotografava situazioni: fotografava persone che aveva incontrato, con le quali aveva parlato, delle quali aveva — anche solo per qualche giorno — condiviso qualcosa. E questo si vede. Non sempre si sa spiegare, ma si vede. È questo l’asse attorno al quale ruota la domanda che oggi, nel suo anniversario, vale la pena di porre ad alta voce: come si preserva, come si finanzia, come si valorizza quella forma di testimonianza che richiede presenza fisica, relazione umana, tempo? Come si fa in modo che il fotogiornalismo di qualità — quello che costa fatica, rischio, impegno — non venga travolto dalla concorrenza sleale dell’immagine generata, dell’immagine estratta da un database, dell’immagine spedita da un drone che non conosce il nome di nessuno? Non ci sono risposte facili. Ma la domanda, tenuta viva dall’eredità di Andy Rocchelli e da chi continua a portarne avanti il lavoro, è già di per sé un atto di resistenza. Ricordarlo significa anche questo: non rassegnarsi all’idea che un’immagine valga un’altra, che la vicinanza sia sostituibile dalla distanza, che la relazione possa essere simulata. Significa insistere sul fatto che l’esserci — dentro alle storie, dentro alle vite delle persone, dentro ai luoghi dove succedono le cose — produce qualcosa di insostituibile. Qualcosa che, nell’oceano di immagini che ci sommerge ogni giorno, è sempre più raro e sempre più necessario. Andy Rocchelli aveva trent’anni. Era dentro a una storia. Come sempre
