La cerimonia di premiazione del Premio David di Donatello è durata circa quattro ore, finendo a mezzanotte e trentasette. Neanche Floris, che pura alza lo share grazie ai nottambuli. A proposito di ascolti, la lunghissima serata ha raggiunto 1.271.000 persone, il 12,25, meno dell’anno scorso.
Mentre si celebrava a Cinecittà l’evento, fuori dal glorioso stabilimento si svolgeva una protesta cui hanno partecipato – tra l’altro – diversi parlamentari di Partito democratico, 5Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra. Insomma, la coalizione che sarà – scongiuri a parte- la prossima maggioranza di governo ha scelto di stare con chi da tempo protesta contro le gravissime responsabilità che stanno dietro alla crisi del cinema.
La novità significativa è che all’appello lanciato da lavoratrici e lavoratori insieme ad associazioni come Siamo ai titoli di coda e al sindacato autonomo Usb ha aderito la federazione di settore della Cgil (Slc) (vedi precisazione in calce, ndr). E questa è una svolta positiva, che fa assumere alla vertenza un sapore più grande e rappresentativo.
Torniamo allo studio 23 di Cinecittà, dove l’incolpevole conduzione di Bianca Balti e Flavio Insinna si è trovata costretta a tenere testa a discorsi talvolta davvero eccessivi di una discreta parte di vincitrici e vincitori, con l’aggravante di congratularsi con il nome proprio secondo un vezzo un po’ salottiero ed escludente: il cognome fornisce a chi non sa un’indicazione meno vaga. Ma Roma, peraltro fantastica città, è in certi ambienti abituata così. Peccato che le cifre crude dell’industria audiovisiva destino enormi preoccupazioni se davvero si amano cinema e immaginari connessi. Se si escludono dalla conta i film facili (senza togliere nulla a loro, perché la produzione di consumo ha la sua antica dignità) e i successi pur traballanti d’oltre oceano, il piatto piange.
Le urla diventano grida di dolore se si inserisce nella riflessione l’abnorme e persino surreale vicenda della gestione del tax credit, dei tagli ai finanziamenti di film come quello sul caso di Regeni e di numerose vittime magari meno eclatanti. Assumono, poi, il tono della tragedia se si prendono in esame le voci di dentro di un mondo celebrato per qualche giorno e subito dimenticato.
Insomma, il tono della serata è sembrato più da commedia leggera che da dramma. Se non si producono contenuti adeguati in grado di contrastare fake e post-verità adocchiate dall’invasione tecnofeudale delle piattaforme e orchestrate dal genio luciferino delle intelligenze artificiali, il futuro è compromesso.
Se, ancora, si prendono sul serio le dichiarazioni del ministro Giuli e dalla sottosegretaria Borgonzoni viene il dubbio di volere scendere dall’auto in corsa.
Eccezioni positive non sono mancate. Intanto, è rilevante lo schiaffo alle culture patriarcali – che hanno voluto disegnare il ruolo delle donne ad uso degli sguardi maschili – il premio come migliore attrice assegnato ad Aurora Quattrocchi con i suoi intensi 83 anni. Inoltre, rispetto al mainstream si sono levate le note dissonanti di Matilda De Angelis, Lino Musella e di Andrea Castorina, importanti e tuttavia troppo isolate.
Con assoluto riguardo verso i volti notissimi, noti e magari ignoti che le riprese televisive ci hanno consegnato, dopo le iniziative battagliere e le raccolte di firma il bilancio è modesto.
Eppure, lo stesso Presidente Mattarella aveva speso parole chiare sul valore della cultura e il documento letto a nome collettivo al Quirinale da Piera Detassis, direttrice artistica dell’Accademia del cinema, induceva a sperare. Tant’è. Anni di berlusconismo non certamente migliorati – anzi, il contrario – dalla goffaggine post-fascista hanno prostrato uno dei punti alti della cosiddetta identità nazionale.
Proprio Cinecittà ci ha portato per mano con i sogni felliniani in un universo magnifico, popolato da protagonisti inarrivabili che – però – contestavano il Leone d’oro di Venezia e portavano alla riforma della Biennale. Oggi ci sono sì eccellenze, ma piuttosto eccezioni e non regola permanente. Se ha vinto il premio principale un film meno blasonato come Le città di pianura del (relativamente) giovane Sossai vorrà pure dire qualcosa.
