Il pluripremiato “La più piccola” di Hafsia Herzi, nelle sale italiane dal 23 aprile distribuito da Fandango, porta sul grande schermo una potente e visivamente raffinata riflessione sull’identità di genere, segnata però da una controversa censura ministeriale.
Vincitore della Queer Palm a Cannes, dove la straordinaria esordiente Nadia Melliti ha conquistato la Palma d’Oro come Miglior Attrice (titolo seguito dal César 2026 come Miglior Attrice Emergente), “La più piccola” è il terzo lungometraggio da regista di Hafsia Herzi, già premiato in Italia per la Miglior Regia al BIF&ST di Bari. Tratto dal romanzo autobiografico di Fatima Daas del 2020, best seller in Francia, il film è un’opera di rara finezza che esplora il conflitto interiore di Fatima, una giovane franco-algerina sospesa tra le radici di una famiglia musulmana e un orientamento sessuale che fatica a trovare spazio nel suo mondo.
La protagonista è infatti l’ultima di tre figlie in una famiglia osservante: vive in un silenzio denso, che attraversa i corridoi della scuola e le stanze di casa, dove pure è circondata dall’affetto sincero dei genitori e delle sorelle. È un silenzio che si fa distanza anche nei confronti di Ahmed, il promesso sposo che lei tiene a margine di un segreto inconfessabile persino a sé stessa. La svolta avviene quando Fatima inizia a cercare risposte fuori dai binari tracciati, confrontandosi con una serie di incontri nati su una app di dating: dai momenti fugaci e appassionati con la matura Ingrid fino alla scoperta della timida Ji-Na, con la quale sembra finalmente intravedere la possibilità di un amore vissuto alla luce del sole.
Eppure, le ombre non svaniscono: tra sensi di colpa radicati, condizionamenti sociali e i dettami di una fede che le appartiene ma che la interroga, il viaggio alla ricerca della propria identità si rivela un percorso tortuoso, lontano da conclusioni scontate. La narrazione è impreziosita da una sorprendente fotografia che gioca con luci naturali e inquadrature intime, capaci di restituire allo spettatore non solo i volti, ma la densità emotiva degli spazi e dei silenzi, rendendo ogni fotogramma parte integrante del racconto psicologico della protagonista.
Tuttavia, nonostante il prestigio internazionale e l’accoglienza calorosa in ogni Paese, l’arrivo nelle sale italiane previsto per il 23 aprile con la distribuzione di Fandango è stato accompagnato da un provvedimento inaudito per una democrazia moderna nel 2026: il divieto ai minori di 14 anni imposto dalla Commissione per la Classificazione delle Opere Cinematografiche. Le ragioni fornite dal Ministero della Cultura appaiono quanto meno discutibili e anacronistiche, parlando di riferimenti sessuali che, pur non essendo pornografici, potrebbero influire negativamente sullo sviluppo emotivo dei giovani. È una motivazione che suona come un pericoloso pregiudizio, poiché sembra equiparare l’identità di genere a una mera scelta commerciale o a un’ispirazione pericolosa, come se la visione dell’amore omosessuale di una ragazza franco-algerina potesse “condizionare” i minori alla stregua di una marca di cereali al supermercato. È inaccettabile che ancora oggi l’omosessualità venga trattata in Italia come un problema da nascondere o un tabù da censurare preventivamente, dimostrando un’arretratezza culturale che colpisce proprio chi avrebbe più bisogno di educazione sessuo-affettiva.
Come sottolineato dalla regista, sorpresa e rattristata da una censura mai subita in altri territori, il film non contiene alcuna immagine esplicita ma racconta con misura e una cura estetica d’eccellenza una realtà universale. Impedire l’accesso a questo racconto ai quattordicenni non fa che confermare quanto il nostro Paese preferisca ancora celare le “diversità” anziché integrarle, trasformando un atto artistico dalla bellezza visiva folgorante in un caso politico che mette a nudo l’incapacità delle istituzioni di affrontare serenamente la pluralità dell’identità umana.
