Emfa, la grande incompiuta

Midterm USA, vince la realtà: gli americani non credono più alla propaganda MAGA

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«Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota, non puoi essere entrambi». Una card divisa a metà tra «buonsenso» e «comunismo» mette a confronto le idee di repubblicani e democratici. Un montaggio video in cui Trump è ai suoi comizi recita: «Diffondi un po’ di speranza e amore. Non dimenticare mai la parte 2». Un altro spiega: «Il comunismo è l’esatto contrario della vita, della libertà e della felicità, i principi su cui è stata fondata l’America». L’ultimo a uscire è stato un carosello che elencava le promesse mantenute.

A seggi aperti, l’account Instagram della Casa Bianca pubblicava a raffica la migliore propaganda trumpiana, ma gli americani sceglievano ben altro, confermando senza indugi la prevista sconfitta dei repubblicani (e la tradizionale rimonta dell’opposizione a ogni metà mandato), fagocitati ormai dalla retorica MAGA e dal suo ingombrante leader.

Sceglievano Abdul El-Sayed in Michigan, un medico filopalestinese e musulmano, eleggendolo al Senato. E James Talarico in Texas, segnando la storica vittoria dei democratici, che nello Stato della città di Dallas non vincevano da 32 anni, eleggendo anche Gina Hinojosa contro il governatore uscente Greg Abbott.

E Keisha Lance Bottoms, prima donna afroamericana eletta alla guida della Georgia. E Deb Haaland, la prima nativa americana (appartiene alla comunità Laguna Pueblo) a governare uno Stato USA: sarà la governatrice del New Mexico.

Anche in Florida i democratici hanno vinto in tre distretti della Camera, ridisegnati dai legislatori statali per favorire in tutto il Paese il Partito Repubblicano.

Ribaltati i risultati in roccaforti repubblicane come Kansas, Iowa, Ohio, Carolina del Nord e Carolina del Sud. Già nelle primissime proiezioni della mattina lo scarto tra rossi e blu si preannunciava come il più ampio mai registrato da entrambi i partiti dal 1976, ha scritto il New York Times.

Ora il Congresso, Camera dei Rappresentanti e Senato, è a controllo democratico, laddove i repubblicani lo avevano ridotto a una tribuna che assisteva agli show, alle intemperanze e agli interessi privati dei Trump, indebolendo di fatto il potere legislativo, ma anche il senso del loro stesso mandato, di fronte a cittadini stanchi di dazi, guerre, carovita, costo del carburante, tagli alla sanità, aggressività insensata nelle politiche migratorie (leggasi ICE), devastazione conseguente ai data center, corruzione a Washington e affari del clan Trump.

«La divisione non è più tra destra e sinistra», diceva Talarico ai comizi, ma tra chi è in alto e chi è in basso, riferendosi al divario tra la ricchezza sfrenata, i cui interessi sono rappresentati da personaggi come Trump, e il mondo reale.

Sarà che al presidente (e tanto meno ai conservatori) non è stato utile ripetere per 47 volte nella campagna elettorale «Fate finta che io sia candidato»: gli elettori l’hanno preso sul serio e i suoi o non sono andati a votare o lo hanno mollato.

A caldo, quando cominciavano a essere più che evidenti i numeri della sconfitta, il tycoon ha scritto su Truth: «Non ero sulla scheda elettorale e, se lo fossi stato, avremmo vinto con una vittoria schiacciante» e, in un’intervista al New York Times: «Sono assolutamente disposto ad accettare i risultati. Collaboreremo con i democratici», salvo poi postare sui suoi canali social la foto di un cappellino rosso MAGA con la scritta «Veto», l’arma che userà per bloccare leggi e provvedimenti al Congresso.

Ci sarà battaglia: il trumpismo potrebbe essere ormai in declino, ma ci sono ancora due anni di presidenza Trump.

Intanto, martedì sera, il deputato californiano Robert Garcia, che presiederà la Commissione di Vigilanza (l’organo investigativo della Camera), lasciando intendere senza fronzoli che tirerà un’aria molto diversa, riferendosi all’amministrazione e al presidente ha scritto su X: «Lawyer up», chiamate un avvocato.


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