Emfa, la grande incompiuta

James Talarico, il cristianesimo pluralista che sfida il trumpismo

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Sullo sfondo delle Midterm americane emerge una diversa idea del rapporto tra fede e politica: non una religione da imporre, ma un’ispirazione per difendere diritti, pluralismo e giustizia sociale.

È fallito il progetto rivoluzionario trumpiano? È una tesi legittima, anche se, come sempre, anche in questo caso la storia non è finita. Ma il colpo è chiaro e chiarissimo è anche uno dei principali destinatari: il tipo di fede che Trump propone. Un tratto decisivo del nuovo che emerge, infatti, è un altro cristianesimo, inserito in un’America plurale e che afferma di volerla tale. Dunque, un cristianesimo pluralista. Il suo non solitario portabandiera, se non altro perché lui ora è senatore di quel Texas che votava repubblicano dai tempi di Reagan, è James Talarico.

Non molti giorni fa. Siamo in Texas. Il candidato democratico al Senato, James Talarico, dipinge la nuova America, quella di Trump: «Cosa spinge una persona ad accumulare una ricchezza che non potrebbe spendere neanche in cento vite?». Poi offre la risposta: «Accaparramento», che esplicita con l’immagine di tante persone che, a poca distanza, muoiono di fame. È facile capire che ha detto «una persona» non per dire che solo una persona ha accumulato una simile fortuna, e questo probabilmente spiega perché l’applauso in sala sia stato fragoroso.

James Talarico, seminarista presbiteriano (cioè protestante, ma non delle nuove chiese dette «evangelicali»), modella, non da solo, il nuovo cristianesimo dell’America pluralista, lo offre al Partito Democratico e, se le cose prenderanno una certa piega, non solo a loro (in questo senso non è sbagliato collegare, nella lettura del risultato elettorale, la sua elezione con quella del musulmano El-Sayed, perché Talarico è proprio un pastore, bianco, protestante, del Sud, come quelli che formano la base, l’ossatura dell’altro fronte, e al Senato siederà vicino a El-Sayed).

Dagli anni Ottanta, dai tempi del sodalizio tra Ronald Reagan e Jerry Falwell che aprì la corsa a sostegno del cristianesimo «conservative» (sempre più conservative) dei pastori evangelicali, si associa il cristianesimo americano a questo tipo di fondamentalismo, che si è collegato a pezzi di integralismo cattolico, definendo un’agenda di «lotta al male», spesso associato all’altro: il secolare, il musulmano, l’omosessuale e, ovviamente, l’abortista. Questa tendenza è salita di livello con Bush junior e ora, con Donald Trump, è arrivata al suo culmine, con le note preghiere di pastori evangelicali intorno a Trump, con lui oranti, seguite di recente da un manipolo di vescovi cattolici che hanno fatto la stessa identica cosa. Chissà se non ne hanno trovati altri disponibili o se abbiano scelto simbolicamente di presentarsi in dodici, come gli apostoli, intorno all’uomo che si è fatto raffigurare come Gesù. Forse no, forse è troppo. Infatti, uno di loro ha scritto una lettera di scuse sul sito della sua diocesi: pensava che l’evento sarebbe rimasto riservato, ha affermato.

Talarico intende far emergere una diversa politica, non dottrinale ma religiosamente ispirata; uscire dalle guerre culturali, tanto che, per esempio, sull’aborto (al quale non è contrario) propone di trattarlo come problema di salute pubblica. Lui vorrebbe vederne sempre di meno. E questo spiazza, perché sia da una parte che dall’altra è difficile trovare chi voglia vederne di più. Talarico, ovviamente, non fa dell’aborto una «crociata»: in ambienti che mi è parso di capire a lui vicini si dice che la creazione non può essere imposta; lui dice che la Bibbia sul tema è silente. Insomma, direi che mira a disinfiammare una questione drammatica, e mi ha colpito che su America Magazine un fermo sostenitore del no all’aborto, come linea rossa nella difesa del più debole tra noi, abbia detto, dopo essersi confrontato con lui, che aveva capito che se ne può parlare, che è possibile capirsi, anche nella diversità. Cosa c’è di più importante?

Ma il punto più forte della politica «religiosamente ispirata» di Talarico l’ho trovato in parole molto riprese in queste ore. Gli è stato chiesto cosa avrebbe detto Gesù entrando al Senato americano, essendo in quel momento Talarico un candidato a farne parte. Lui ha risposto che, se Gesù fosse entrato tra i senatori, avrebbe detto così: «Ero affamato e mi avete ridotto il sussidio alimentare, ero malato e mi avete tolto Medicaid, ero straniero e mi avete deportato».

Dunque, questo cristianesimo propone una teologia della liberazione un po’ diversa dalla teologia della liberazione più nota, quella latinoamericana, ma certamente opposta all’altra teologia della liberazione, quella della «liberazione dal male»… della diversità: cresciuta da Reagan in poi, questa teologia è stata espressa nella sua forma più «chiara» dal pastore Rousas John Rushdoony. Hanno scritto al riguardo su La Civiltà Cattolica padre Antonio Spadaro e il pastore Marcelo Figueroa già nel 2021:

«Essa è la dottrina che alimenta organizzazioni e networks politici come il Council for National Policy e il pensiero dei loro esponenti quali Steve Bannon, attuale chief strategist della Casa Bianca e sostenitore di una geopolitica apocalittica. “La prima cosa che dobbiamo fare è dare voce alle nostre Chiese”, dicono alcuni. Il reale significato di questo genere di espressioni è che ci si attende la possibilità di influire nella sfera politica, parlamentare, giuridica ed educativa, per sottoporre le norme pubbliche alla morale religiosa. La dottrina di Rushdoony, infatti, sostiene la necessità teocratica di sottomettere lo Stato alla Bibbia, con una logica non diversa da quella che ispira il fondamentalismo islamico. In fondo, la narrativa del terrore che alimenta l’immaginario degli jihadisti e dei neo-crociati si abbevera a fonti non troppo distanti tra loro. Non si deve dimenticare che la teopolitica propagandata dall’Isis si fonda sul medesimo culto di un’apocalisse da affrettare quanto prima possibile. E dunque non è un caso che George W. Bush sia stato riconosciuto come un “grande crociato” proprio da Osama bin Laden».

L’approccio dichiaratamente ed esplicitamente pluralista di Talarico impedisce questo sviluppo: la religione, nella sua visione politica, è una fonte di ispirazione, non un codice della strada da imporre a qualsiasi automobilista. A parole? Nei fatti ci si può contare che vada così? L’esempio citato della sua posizione e della sua indicazione sull’aborto mi sembra che sia conforme e che quindi confermi l’impianto non dottrinale.

Talarico incarna una novità pubblica, politica e culturale che offre ai democratici una possibilità decisiva: superare l’uso della religione in chiave fondamentalista con un discorso pluralista, per Talarico religiosamente ispirato.

In un Paese dove sulla valuta, il dollaro, c’è scritto «In God We Trust», il discorso è delicato, più che altrove. Ma le note recenti derive di tutti i campi ci dicono che la via proposta da Talarico sembra una necessità. Da affiancare con pluralismi culturali di diverse origini.


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