C’è un paradosso al centro del rapporto tra migrazioni, cooperazione internazionale e sviluppo: mentre gli Stati discutono di come fermare le partenze, di esternalizzare il controllo delle frontiere e di subordinare una parte della cooperazione alle proprie priorità strategiche, milioni di migranti continuano ogni giorno a sostenere concretamente le economie e le famiglie dei Paesi da cui provengono. È uno dei nodi messi in evidenza dalle analisi del Dossier Immigrazione 2026 del Centro Studi e Ricerche IDOS: da una parte l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo, sottoposto sempre più alle priorità dei governi donatori; dall’altra le rimesse, denaro privato prodotto dal lavoro dei migranti e trasferito direttamente alle famiglie e alle comunità d’origine.
Il tema non è soltanto economico. È una questione profondamente politica e, prima ancora, umana.
La cooperazione internazionale dovrebbe avere come obiettivi fondamentali la riduzione della povertà, il contrasto alle disuguaglianze, la tutela dei diritti e la costruzione di condizioni che consentano alle persone di vivere dignitosamente nei propri Paesi.
Negli ultimi anni, tuttavia, il rapporto tra cooperazione e politiche migratorie è diventato sempre più stretto. La gestione dei flussi, il contrasto alle partenze e la collaborazione con i Paesi di origine e transito sono entrati stabilmente nell’agenda dei governi europei.
Questo non significa che ogni spesa collegata alle migrazioni sia automaticamente APS, né che l’intera cooperazione internazionale sia stata trasformata in politica di controllo delle frontiere. Le regole internazionali dell’OCSE prevedono infatti criteri specifici per stabilire quali attività possano essere contabilizzate come Aiuto Pubblico allo Sviluppo.
Il problema posto da IDOS è piuttosto quello di una trasformazione delle priorità: il rischio che la cooperazione venga progressivamente utilizzata anche come strumento per perseguire interessi strategici dei Paesi donatori, dalla gestione delle migrazioni alla sicurezza energetica, fino alla competizione geopolitica.
È una questione particolarmente rilevante nel rapporto dell’Italia con il continente africano, dove cooperazione, energia, sicurezza e migrazioni sono sempre più intrecciate.
A fronte di questa evoluzione della cooperazione pubblica, esiste un’altra forma di trasferimento di risorse che raramente occupa lo stesso spazio nel dibattito politico: quella costituita dalle rimesse dei migranti.
Sono soldi guadagnati lavorando nei Paesi di destinazione e inviati alle famiglie rimaste nei Paesi d’origine. Non sono fondi pubblici, non sono programmi di cooperazione e non vengono decisi dai governi. Sono, nella maggior parte dei casi, risorse familiari. E proprio per questo hanno un effetto immediato sulla vita quotidiana.
Una parte di quelle somme serve a pagare una visita medica, acquistare medicinali, sostenere la scuola dei figli, costruire o ristrutturare una casa, affrontare una spesa imprevista. In Paesi nei quali il welfare pubblico è debole o inaccessibile, una rimessa può significare la possibilità concreta di mandare un bambino a scuola o di curare una persona malata.
Secondo i dati richiamati da IDOS, nel 2024 le rimesse verso i Paesi a basso e medio reddito hanno raggiunto circa 685 miliardi di dollari. Dall’Italia sono partiti nello stesso anno circa 8,3 miliardi di euro. Numeri che raccontano una realtà spesso rimossa dal dibattito pubblico: i migranti non sono soltanto destinatari di politiche di accoglienza, integrazione o controllo. Sono anche lavoratori che producono ricchezza e che, attraverso le rimesse, trasferiscono una parte di quella ricchezza verso i territori d’origine.
È qui che emerge il paradosso. L’Europa investe risorse per rendere più difficile il viaggio dei migranti. Rafforza la cooperazione con i Paesi di origine e transito. Cerca accordi per contenere le partenze. Lega sempre più spesso la politica migratoria alla politica estera. Ma le stesse persone che quelle politiche vorrebbero trattenere o rendere più difficili da raggiungere sono spesso quelle che, una volta arrivate, lavorano e inviano parte del proprio reddito alle famiglie rimaste a casa.
Non si tratta di contrapporre semplicisticamente APS e rimesse. Sono strumenti diversi, con finalità diverse. Le rimesse non possono sostituire la cooperazione pubblica, soprattutto quando si tratta di finanziare infrastrutture, sistemi sanitari, istruzione pubblica o servizi collettivi.
Ma il loro peso obbliga a cambiare prospettiva: il migrante non è soltanto qualcuno che riceve aiuto. ma anche qualcuno che produce risorse, paga tasse e contributi, sostiene famiglie transnazionali e contribuisce allo sviluppo del proprio Paese d’origine.
Questa dimensione viene spesso dimenticata quando la migrazione viene raccontata esclusivamente come un problema di sicurezza.
La domanda politica, allora, dovrebbe essere un’altra: che tipo di cooperazione vogliamo costruire?
Una cooperazione subordinata alla necessità di fermare le partenze rischia di perdere di vista la sua finalità originaria. Se lo sviluppo viene concepito soprattutto come strumento per impedire alle persone di partire, si finisce per confondere due obiettivi diversi: migliorare le condizioni di vita e impedire la mobilità.
Ma lo sviluppo non dovrebbe significare rendere impossibile migrare. Dovrebbe significare, piuttosto, creare condizioni nelle quali partire sia una scelta e non una necessità; e nelle quali chi parte possa continuare a mantenere legami economici, sociali e culturali con la propria comunità.
Le rimesse mostrano che questi legami esistono già. E mostrano anche quanto sia riduttiva una rappresentazione della migrazione costruita soltanto intorno alle frontiere.
Dietro ogni trasferimento di denaro c’è un lavoratore. Dietro quel lavoratore c’è spesso una famiglia. E dietro quella famiglia c’è una comunità che riceve risorse prodotte altrove.
È una forma di solidarietà transnazionale che non nasce da un programma governativo e non passa necessariamente attraverso le istituzioni della cooperazione. Nasce dal lavoro.
Proprio per questo, la discussione sulle migrazioni e sulla cooperazione dovrebbe partire da un principio semplice: non chiedere ai migranti di farsi carico, attraverso il proprio lavoro, di ciò che le politiche pubbliche non riescono o non vogliono garantire: le rimesse sono una risorsa straordinaria, ma non possono diventare l’alibi per ridurre l’impegno pubblico contro la povertà e le disuguaglianze.
Allo stesso tempo, l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo dovrebbe essere valutato per ciò che produce realmente per le popolazioni destinatarie, non soltanto per la sua capacità di perseguire gli interessi strategici dei Paesi donatori.
È questa, in fondo, la questione sollevata dalle analisi di IDOS: chi decide le priorità della cooperazione? E soprattutto, a chi serve? Se la risposta è sempre più legata alla sicurezza delle frontiere, alla gestione dei flussi o agli interessi economici e geopolitici dei Paesi donatori, allora occorre interrogarsi sul significato stesso della parola «cooperazione».
Perché mentre gli Stati discutono di come fermare i migranti, i migranti continuano a costruire ponti economici tra Paesi. E quei ponti, fatti di lavoro, sacrifici e rimesse, raccontano un’altra storia: quella di persone che non hanno smesso di contribuire allo sviluppo dei propri territori, anche a migliaia di chilometri di distanza. Forse è proprio da questa realtà che dovrebbe ripartire una politica della cooperazione capace di mettere al centro non il controllo delle persone, ma i loro diritti, la loro dignità e la possibilità di scegliere liberamente dove vivere e dove costruire il proprio futuro.
