Emfa, la grande incompiuta

Il killer ergastolano che entra ed esce di galera nel Salento

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Un balletto ondivago tra carcere e domiciliari, danzato sulla pista dell’interpretazione e applicazione della legge, tra cavilli e brocardi.

Così succede, in Salento, come ad altre latitudini del suolo patrio, che un “fine pena mai” della mafia indigena, la Sacra Corona Unita in questo caso, vada ai domiciliari per motivi di salute, torni in carcere accusato di aver commesso un omicidio in contesto criminale mentre sarebbe dovuto rimanere in casa a curarsi, poco dopo ottenga nuovamente i domiciliari per gli stessi motivi di salute, li vìoli ancora – secondo l’accusa – e torni in carcere stavolta a Secondigliano un mese dopo, e in queste ore si decida, per la terza volta, che può tornare a causa sua. Ma poi arriva il colpo di scena, l’ennesimo.

Non una commedia né un noir mainstream, ma la fotografia della realtà e un braccio di ferro al limite del grottesco tra maglie differenti della stessa macchina della giustizia. Una storia in cui si chiede molto a chi lo Stato lo rappresenta, come la polizia giudiziaria, e decisamente meno a chi lo ha tradito.

È la storia di Giovanni Calasso, 62 anni di Copertino, condannato all’ergastolo nel Secondo Maxi Processo alla Scu, una condanna definitiva per associazione mafiosa, ritenuto l’esecutore materiale dell’assassinio, aggravato da metodo mafioso, di Stefano Tomeo, l’11 aprile scorso, proprio a Copertino davanti a numerosi testimoni. Pochi minuti per violare la custodia in casa, uccidere e rientrare. Dettaglio che pesa sulla percezione di sicurezza della gente comune, quella che vive la paura e il senso di precarietà.

Per gradi. Calasso va ai domiciliari per salute. Ad aprile scorso il delitto che lo riporta in carcere. Le stesse problematiche personali di cui sopra gli valgono il ritorno a casa ma il 7 agosto scorso si allontana dal domicilio (visita medica, prelievo atm, acquisto medicinali in farmacia, ndr) e i carabinieri lo riportano dietro le sbarre, stavolta quelle del carcere di Secondigliano (Na).

Due giorni fa, l’1 settembre, il tribunale del riesame di Lecce, riunito in camera di consiglio, presieduto da F. Malagnino e composto da L.Scuzzarella e I.Vallario, concede per l’ennesima volta i domiciliari al 62enne perché alla base della sua “evasione” ci sarebbe stato solo un banale equivoco, una sovrapposizione tra il vecchio regime che gli consentiva di spostarsi per visite mediche e acquisto medicinali e quello recente, dalle maglie più strette.

Tale sovrapposizione di titoli restrittivi è altresì la plausibile ragione dell’equivoco insorto nella mente, certamente non dotata di sottile preparazione giuridica dell’indagato, verosimilmente convinto al momento dell’uscita, di essere a ciò autorizzato”, si legge nel dispositivo.

E se tanto non bastasse, ce n’è anche per la polizia giudiziaria perché “ben potrebbe aver contribuito all’origine e al permanere di tale erronea convinzione il contegno serbato nell’occasione dal personale di PG che non gli fece presente di non essere stato formalmente e compiutamente autorizzato”.

Il danno, la beffa e le mazziate insomma.

Ieri mattina l’ennesimo colpo di scena.

Calasso resta a Secondigliano, non per l’omicidio Tomeo ma in virtù del precedente provvedimento del tribunale di sorveglianza relativo alle vecchie condanne. In sintesi, con il delitto più recente (per il quale non c’è ancora condanna, ndr) l’uomo si sarebbe giocato il bonus ottenuto con i primi domiciliari, di fatto pregiudicando i secondi.

E non è uno scioglilingua.

Di fatto l’onda lunga del secondo maxi processo alla Scu produce ancora effetti, sulla macchina della giustizia come sulla tenuta stabile della società civile.

E se garantire la salute del detenuto, dal boss al ladro di polli, è l’epifania più elementare dell’antimafia sociale, è antimafia sociale anche avere conto di quanti, l’azione delle mafie e della criminalità provano a disinnescarla e impedirla ogni giorno. Lontano dai riflettori, ma al fianco dei cittadini perbene e dei giovani cui chiediamo di avere fiducia, nella giustizia e nello Stato.

 


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