Quando l’Europa si è svegliata con la notizia della vittoria dell’Alternative für Deutschland in Sassonia e Turingia, il senso di stordimento generale ha svelato la solita, colpevole amnesia di un continente che si scopre vulnerabile solo quando il fuoco incendia la casa del vicino. Eppure, la dimostrazione che l’impensabile potesse presto trasformarsi in realtà era già stata scritta qualche anno prima, poco più a sud. In Italia, nel giro di pochissimi anni, una forza politica passata dai margini irrilevanti del tre per cento fino a superare il trenta per cento è arrivata alla guida del Paese, portando per la prima volta al vertice dell’esecutivo un partito con una storia e un simbolo legati a doppio filo all’eredità del post-fascismo. Comprendere l’onda nera dell’AfD in Germania senza specchiarsi nel precedente italiano significa ignorare che la diga europea si è aperta molto prima del voto tedesco.
Per decifrare la reale natura del partito tedesco occorre riavvolgere il nastro fino al febbraio del 2013, quando l’AfD muoveva i suoi primi passi presentandosi al pubblico con la rassicurante veste del partito dei “prof antieuro”. Guidata dall’economista Bernd Lucke, quella formazione nasceva nell’alveo di un euroscetticismo tecnocratico e neoliberista, concentrato sulla gestione della crisi del debito e sulla richiesta di ripristinare il Marco. Una Lega post litteram. Ma la patina accademica era destinata a consumarsi in fretta. La crisi dei rifugiati del 2015 ha rappresentato il detonatore perfetto che ha permesso alla componente etno-nazionalista di estromettere la leadership originaria, consegnando il partito all’egemonia della corrente radicale guidata da Björn Höcke.
Da quel momento l’AfD ha imboccato senza freni la strada del nazionalismo etnico e razziale. Non si tratta di un giudizio di parte o di una scorciatoia retorica, ma di una rilevazione dell’intelligence interna tedesca, il Bundesamt für Verfassungsschutz, che ha classificato il partito a livello federale come caso sospetto di estremismo di destra, mentre nelle regioni orientali le sue sezioni sono state dichiarate ufficialmente gruppi eversivi e neo-nazisti accertati. Una deriva certificata anche dalle aule di tribunale, dove lo stesso Höcke è stato condannato per aver scandito nei comizi “Alles für Deutschland”, lo slogan nazista delle SA espressamente vietato dal codice penale tedesco.
La conferma più inquietante della matrice ideologica dell’AfD è emersa a inizio 2024 grazie all’inchiesta del media indipendente Correctiv, che ha svelato i contorni di un incontro segreto svoltosi nel novembre 2023 in un albergo vicino a Potsdam. In quella sede, alla presenza di alti dirigenti del partito e di esponenti del Movimento Identitario, l’ideologo austriaco Martin Sellner ha illustrato un vero e proprio piano decennale di remigrazione. Sotto questo nome si nasconde un progetto di deportazione di massa destinato a colpire non solo i richiedenti asilo e i residenti stranieri, ma persino i cittadini tedeschi di origine straniera considerati non abbastanza assimilati, ipotizzando la creazione di uno Stato satellite in Nord Africa in cui trasferire coattivamente fino a due milioni di persone. Un progetto abietto che da lì a poco avrebbe contagiato il dibattito europeo a macchia d’olio.
Questo delirio reazionario si traduce in proposte politiche agghiaccianti scritte in calce nei programmi elettorali locali. In Sassonia-Anhalt l’AfD è arrivata a teorizzare l’esclusione degli alunni con disabilità dalla scuola ordinaria, chiedendo il ripristino di classi e istituti speciali obbligatori e separati, smantellando decenni di conquiste sul fronte dell’integrazione e dei diritti civili. Un’aggressione che procede di pari passo con la guerra alle minoranze e alla comunità LGBTQ+, dalle mozioni per vietare il linguaggio inclusivo nelle università fino alla diffusione sui social media di immagini denigratorie che riprendevano il triangolo rosa, il simbolo con cui il regime nazista marchiava gli omosessuali nei campi di concentramento. A coronare il tutto vi è un revisionismo storico sistematico e ostentato, testimoniato dalle parole di Höcke che definì il Memoriale dell’Olocausto di Berlino un monumento della vergogna o da candidati come Holger Winterstein, immortalato a danzare sugli stessi blocchi dedicati alle vittime della Shoah.
La radicalizzazione dell’AfD ha spinto il partito oltre il margine di tollerabilità persino per il resto dell’estrema destra europea. Le dichiarazioni del capolista Maximilian Krah, che aveva cercato di riabilitare i membri delle Waffen-SS sostenendo che non fossero tutti criminali, hanno provocato l’espulsione dell’AfD dal gruppo europeo di Identità e Democrazia. Oggi il partito tedesco si trova isolato nel gruppo dell’Europa delle Nazioni Sovrane, posizionato ancora più a destra rispetto ai principali blocchi sovranisti del continente.
Comprendere come sia stato possibile arrivare a questo risultato richiede un’analisi delle ferite mai rimarginate della Riunificazione nei Länder orientali, dove il senso di abbandono economico e la deindustrializzazione hanno alimentato un risentimento profondo. In questo terreno fertile si manifesta un paradosso sociologico speculare a quanto avviene negli Stati Uniti con il sostegno alle politiche repressive dell’ICE da parte di settori dell’elettorato ispanico. Anche in Germania, segmenti di immigrati storici e di seconda generazione votano per l’estrema destra: è il meccanismo della protezione dello status acquisito, in cui la volontà di distinguersi dai nuovi arrivati e di difendere il proprio benessere spinge chi ha vissuto l’integrazione sulla propria pelle ad abbracciare le tesi dei propri persecutori.
Questo scivolamento verso valori regressivi attraversa l’intero continente e trova terreno fertile anche nella realtà italiana, dove l’abbattimento di ogni argine di decenza civile trova sponda in figure come Roberto Vannacci, capace di spingere l’asticella dell’imbarbarimento ancora più a destra.
Ma è proprio tornando al punto di partenza che si chiude il cerchio. Se la Germania prova faticosamente ad attivare i propri anticorpi per contenere l’ascesa dell’AfD, l’Italia mostra gli esiti di un processo di sdoganamento già compiuto e già alla seconda fase. La presenza della Fiamma nel simbolo del partito di governo è il filo nero che risale alla fondazione del Movimento Sociale Italiano nel 1946, nato per mano di reduci e gerarchi della Repubblica Sociale Italiana come Almirante, Graziani, Romualdi, Borghese e molti altri. Aver normalizzato quella storia fino a portarla alla guida del Paese dimostra come le democrazie non crollino dall’oggi al domani, ma si consumino lentamente quando smettono di vigilare sulle proprie radici costituzionali e antifasciste.
