Emfa, la grande incompiuta

Trino, cori fascisti alla festa patronale. Ma per il sindaco di FdI è “libertà d’espressione”

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Canti per il Duce sparati a palla dagli altoparlanti dell’autoscontro, braccia tese tra i ragazzi e cori nostalgici a fare da colonna sonora alla festa patronale. A Trino, nel Vercellese, è andato in scena l’ennesimo siparietto di ordinario sdoganamento nero. Roba che si vorrebbe derubricare alla solita innocua bravata estiva tra le giostre.
Il vero corto circuito, tuttavia, non sta soltanto nelle braccia alzate di qualche giovane cresciuto a pane e fascismo, ma nella risposta del primo cittadino di Fratelli d’Italia, Daniele Pane. Di fronte al caso sollevato dal Pd, il sindaco ha tirato fuori il classico scudo dell’ambiguità: “La libertà di espressione vale sempre, a destra e a sinistra”.
Eccola qui, la trappola retorica che da troppi anni tenta di inquinare la memoria collettiva. Chiamare in causa la libertà di pensiero per giustificare l’esaltazione del Ventennio è un’operazione culturalmente e giuridicamente disonesta.
La nostra Costituzione tutela la libera manifestazione delle opinioni, non il reato di apologia del fascismo. La Carta fondamentale è strutturalmente, visceralmente antifascista, scritta col sangue di chi ha combattuto per restituire la parola a tutti, compresi quelli che oggi usano gli spazi democratici per riabilitare chi la democrazia l’ha cancellata con la violenza. Trasformare i cori per Mussolini in un sottofondo da luna park significa avvelenare i pozzi della memoria e abituare le nuove generazioni al peggior revisionismo. Quando le istituzioni liquidano il nostalgismo come una semplice “opinione da tutelare”, abdicano al loro primario dovere civile. Come ci ha insegnato Sandro Pertini con la nitidezza della sua storia: “Il fascismo non è un’opinione, è un crimine”.
Non ci sono “se” e non ci sono “ma”, né paraventi su cui arrampicarsi per giustificare la melma nera. Di fronte alle derive nostalgiche non si equiparano i torti e non si fa accademia sul diritto di parola. Si condanna. Chi guida un Comune in nome della Repubblica ha l’obbligo morale e politico di difenderne i valori fondanti. Voltarsi dall’altra parte o sventolare la libertà di parola a sproposito non è tolleranza, ma complicità.

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