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Quando l’Ai ascolta di più. Il mondo adulto e le inquietudini dei giovani

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È terminata mercoledì 26 agosto, alla Certosa 1515 di Avigliana, nel torinese, la tre giorni che ogni anno vede don Luigi Ciotti radunare una quarantina di preti e religiosi provenienti da tutta Italia, per momenti di confronto e di condivisione sulle diverse strade che li portano a farsi prossimo di fratelli e sorelle in difficoltà.

Tra i vari e intensi argomenti trattati, con la presenza di persone altamente qualificate ed esperte nei rispettivi campi, non è mancato l’intervento accorato del fondatore di Libera, che ha voluto focalizzare l’attenzione dei presenti sulla situazione giovanile, della quale troppo spesso si parla soltanto in termini di criminalizzazione o di emergenza.

Il tutto a partire da dati significativi, emersi da una recentissima ricerca di Save the Children sull’infanzia a rischio, intitolata quest’anno “Senza filtri”. La ricerca mette in relazione l’aumento di depressione e ansia tra gli adolescenti con un fenomeno nuovo e inquietante: la funzione di conforto emotivo che molti giovani stanno affidando all’intelligenza artificiale (AI).

Secondo i dati richiamati da Ciotti, il 41,8% degli adolescenti afferma di aver chiesto aiuto a ChatGPT o ad altri strumenti di AI nei momenti in cui si sentiva solo, triste o ansioso; una percentuale molto simile, il 42,8%, vi si è rivolta per chiedere consigli su scelte importanti della propria vita, riguardanti relazioni, sentimenti, scuola o lavoro. Il 49,1% considera l’uso dell’AI fondamentale, mentre il 47,1% pensa che un suo utilizzo maggiore potrebbe aiutarlo molto nella propria vita personale.

Ma sono soprattutto altri dati della ricerca a interpellarci. Tra le caratteristiche dell’AI maggiormente apprezzate dagli adolescenti ci sono il fatto che sia “sempre disponibile”, che “mi capisce e mi tratta bene” e che “non mi giudica”. Il 58,1% degli utilizzatori ha chiesto all’AI consigli su qualcosa di serio e importante per la propria vita e il 63,5% ha trovato più soddisfacente, almeno qualche volta, confrontarsi con uno strumento di AI piuttosto che con una persona reale. Il 48,4% ha inoltre condiviso con l’AI informazioni della propria vita reale.

È davanti a questi numeri che la domanda di don Ciotti diventa inevitabile: «Dove sono i genitori, gli educatori, gli operatori: noi adulti dove siamo?».

Ecco perché il problema non può essere affrontato soltanto interrogandoci su come regolamentare l’intelligenza artificiale. Certo, servono regole, come sottolinea Ciotti richiamando la necessità, già evidenziata da papa Leone nella sua prima enciclica, di dare un’anima all’AI e di stabilire un quadro di responsabilità. Ma quei numeri ci stanno dicendo qualcosa di ancora più profondo: se un ragazzo cerca nella macchina ascolto, conforto e comprensione, dobbiamo chiederci che cosa gli stia mancando nelle relazioni umane.

Il punto, dunque, non è soltanto l’AI. È la qualità del mondo adulto che abbiamo costruito attorno ai nostri ragazzi.

Per comprendere quella domanda – “dove siamo noi adulti?” – bisogna però guardare più in profondità al disagio che attraversa le nuove generazioni. Ciotti ha ricordato come nel nostro Paese ansia e depressione tra bambini e adolescenti siano aumentate negli ultimi anni del 50%: un minore su quattro sperimenta sintomi depressivi e uno su cinque soffre di disturbi d’ansia.

Ma la sofferenza non ha un’unica espressione. Può diventare rabbia, rivolta verso gli altri oppure verso sè stessi, come testimonia l’aumento dell’autolesionismo e dei suicidi tra i ragazzi. Può assumere la forma del ricorso a sostanze psicoattive, oggi molto più numerose e diversificate rispetto al passato, oppure della dipendenza dal gioco d’azzardo, sempre più accessibile (legalmente) anche online. Può infine tradursi in un crescente ritiro sociale, in una vera e propria autoesclusione dalla vita fuori dalla scuola e dalla casa.

Sono fenomeni diversi, ma che hanno in comune una profonda difficoltà a stare dentro la realtà, nelle relazioni e nelle proprie fragilità. E a questa sofferenza si aggiunge quella delle famiglie, spesso lasciate sole, mentre per i giovani maggiorenni, ha sottolineato Ciotti, le risposte sono ancora più carenti.

Eppure anche dentro queste forme di ritiro e di apparente resa c’è qualcosa che dobbiamo saper leggere. Molti ragazzi, di fronte alla disperazione di non essere visti, pensati, amati per quello che sono, cercano di costruirsi online un’altra vita, quasi a compensazione di quella reale che hanno rifiutato. Non è semplicemente passività: è il tentativo, spesso drammatico, di trovare uno spazio nel quale sentirsi riconosciuti. È l’assenza di relazioni autentiche che dobbiamo imparare a vedere.

Ed è qui che la responsabilità degli adulti diventa decisiva.

I giovani, ha ricordato Ciotti, cercano adulti significativi, responsabili, capaci di stare nella relazione e non di esercitare semplicemente un’autorità dall’alto. Sono giovani assetati di autenticità, che non vogliono parole vuote e che fiutano l’ipocrisia a chilometri di distanza. Sono stanchi delle false promesse e sperimentano sulla propria pelle la precarietà di una società che presenta loro tante negazioni e altrettante contraddizioni.

Sono nati con il digitale e sanno utilizzare strumenti che spesso noi adulti facciamo fatica a comprendere. Ma, ha osservato Ciotti, saper usare il digitale non significa necessariamente saper abitare le proprie fragilità e le proprie solitudini. E noi adulti, invece di aiutarli, spesso li giudichiamo. Li accusiamo di trascorrere troppo tempo davanti al cellulare, quando siamo noi adulti a dover spegnere lo schermo per accendere lo sguardo verso i nostri ragazzi, imparando a condividere non soltanto uno spazio, ma il tempo: un tempo non distratto, fatto di relazioni vere.

Le inquietudini dei giovani, ha detto Ciotti, sono il termometro della salute di una società. E questa affermazione dovrebbe portarci a rovesciare il modo con cui abitualmente guardiamo alle nuove generazioni. Non sono soltanto i giovani a essere “in difficoltà”: forse è la società nel suo complesso a manifestare attraverso di loro la propria difficoltà.

Per questo non dovremmo preoccuparci soltanto dei ragazzi che protestano, che scendono in piazza, che manifestano la loro indignazione. Quando lo fanno per la giustizia, per l’ambiente, per la pace, per i diritti, anche se non possiamo condividere eventuali forme di violenza, c’è dentro un segno di speranza. Dovremmo essere più preoccupati, piuttosto, dei giovani che non si muovono, che non sognano, che non protestano, che sembrano non avere più nulla da chiedere alla società.

Ciotti ha ricordato, a questo proposito, il ruolo avuto dai giovani nella difesa della Costituzione in occasione del referendum (“Sono loro ad aver salvato la nostra Costituzione, non i partiti”) e il fatto che la stessa Carta costituzionale sia stata scritta da uomini e donne che erano poco più che ragazzi, reduci dalla fame e dalla guerra.

E quei giovani sono tornati oggi nelle piazze davanti alla tragedia della Palestina e all’orrore di Gaza, per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni, per difendere le organizzazioni che salvano vite nel Mediterraneo nonostante la criminalizzazione e l’umiliazione di chi opera per soccorrere i migranti. È, per Ciotti, il segno di una nuova riappropriazione della politica intesa nel suo significato più alto: cura del mondo.

Anche questo ci dice qualcosa sui giovani e sul mondo che stiamo costruendo.

Viviamo una stagione segnata da una diffusa stanchezza democratica, dalla crescita di populismi e nazionalismi, da una “brutta aria” che attraversa l’Europa. Di fronte a tutto questo, Ciotti ha richiamato la necessità di riscoprire il senso di essere una comunità che si sostiene e si aiuta, invece di lasciare che l’Europa si trasformi in una somma di piccoli gruppi di interesse. E, per quanto riguarda l’Italia, ha ricordato che più che riformare la Costituzione sarebbe necessario impegnarsi a rispettarla e applicarla.

È dentro questo scenario che dobbiamo leggere anche le forme più preoccupanti della violenza giovanile.

Ciotti ha parlato dei coltelli che molti ragazzi portano con sé, nascosti nei luoghi più impensabili. Ma ha invitato a non fermarsi alla dimensione della sicurezza e della repressione. Il coltello può essere certamente uno strumento di violenza, ma può anche essere il simbolo di una paura, di una vulnerabilità, della ricerca di protezione, appartenenza, rispetto, riconoscimento.

Per questo non basta inasprire le norme. Occorre interrogarsi sul senso, sulle motivazioni profonde, sul contesto nel quale quel gesto nasce. Non dobbiamo chiederci soltanto “che cosa fanno?”, ma “perché lo fanno?”. Se non li ascoltiamo, rischiamo di costringerli ad alzare sempre di più il livello delle loro azioni per farsi vedere e sentire. Il coltello, in questa prospettiva, nasce spesso dalla paura e dalla percezione della propria vulnerabilità, non dalla forza.

È la capacità di ascoltare che oggi sembra essere entrata in crisi. E quando la parola viene meno, troppo spesso viene sostituita dall’azione.

Molti adolescenti non possiedono strumenti adeguati per affrontare la rabbia e la frustrazione. Cresce la fragilità emotiva. Ma quella fragilità non può essere spiegata semplicemente attraverso la devianza o la responsabilità individuale: dentro ci sono il disagio psicologico, la crisi educativa, l’isolamento relazionale, la difficoltà di sentirsi parte di una comunità.

E allora la domanda di don Ciotti torna a interpellarci con tutta la sua forza: dov’è il mondo adulto?

Ma forse, a questo punto, dobbiamo aggiungere una seconda domanda: quale mondo adulto siamo diventati?

Perché non possiamo chiedere ai nostri ragazzi di stare bene in un mondo che troppo spesso insegna loro che la prepotenza è forza, che l’odio può diventare identità, che abbiamo bisogno di nemici, che i conflitti si risolvono con le armi e che la guerra può tornare a essere considerata una risposta normale alla crisi della politica.

Non possiamo sorprenderci delle loro inquietudini se siamo noi adulti a costruire davanti ai loro occhi un mondo nel quale la paura viene continuamente alimentata, la fragilità stigmatizzata, la diversità percepita come minaccia, la solidarietà considerata debolezza e la cura relegata ai margini quando non è criminalizzata.

Quale mondo stiamo costruendo? E quale mondo vogliamo lasciare ai nostri figli?

Sono domande che non possiamo delegare alla scuola, alla famiglia, alla politica, alla Chiesa o alla tecnologia. Sono domande che riguardano tutti noi.

Perché l’intelligenza artificiale potrà essere regolata, governata, resa più sicura. Ma nessun algoritmo potrà sostituire ciò che manca quando un ragazzo non trova un adulto disposto ad ascoltarlo. Nessuna tecnologia potrà restituire da sola quel senso di appartenenza, di riconoscimento e di fiducia che nasce da una relazione umana autentica.

E forse la vera sfida che l’AI pone alla nostra società non è soltanto quella di capire quanto spazio dovrà avere nella nostra vita. È capire quanto spazio siamo ancora capaci di lasciare alle relazioni umane.

Don Ciotti ci invita a metterci in ascolto e a imparare anche dai nostri ragazzi. Quando sono apatici, quando non sognano, quando non protestano, qualcosa non va. Quando invece gridano, chiedono, partecipano, si indignano, scendono in piazza, allora c’è ancora speranza.

Non dobbiamo dunque avere paura delle loro inquietudini. Dobbiamo lasciarci interrogare da esse.

Perché forse non sono soltanto i giovani ad avere bisogno di essere educati. Siamo noi adulti ad avere bisogno di reimparare ad ascoltare.

La rassegnazione, dice Ciotti, è la morte dell’anima. Chi pensa che nulla possa cambiare finisce per diventare parte del problema. Chi invece lotta, resiste, non si arrende anche quando sembra impossibile, tiene accesa la candela della speranza.

E allora, se davvero vogliamo lasciare ai nostri figli un mondo diverso, forse dobbiamo cominciare da qui: spegnere per un momento gli schermi, alzare lo sguardo e tornare a guardarli negli occhi.

Per ascoltare quello che ci stanno dicendo.

Per capire che cosa non va nel mondo che abbiamo costruito.

E per avere finalmente il coraggio di costruirne insieme un altro.


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