Giornalismo sotto attacco in Italia

TeleMeloni sbarca a Ferrara: 60mila euro per riabilitare il gerarca fascista Italo Balbo. Ma la città insorge

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Ci risiamo. La destra nostalgica al governo ha trovato un nuovo palcoscenico per tentare l’ennesima, grottesca operazione di riscrittura e ripulitura della storia. Questa volta il teatro dell’assurdo è la Ferrara estense, dove va in scena il cosiddetto “Festival delle Città Identitarie”. Una kermesse inaugurata da una serata dal titolo che è già tutto un programma: “Ferrara città identitaria: da Lucrezia Borgia a Italo Balbo”. Avete letto bene. Nei 130 anni dalla sua nascita, l’amministrazione comunale guidata dal centrodestra ha deciso di inserire nel cartellone dei “maestri” identitari della città Italo Balbo, il gerarca, il quadrumviro del fascismo, il capo indiscusso dello squadrismo agrario più feroce. Il tutto sotto la benedizione istituzionale del vicesindaco Alessandro Balboni (esponente di punta di Fratelli d’Italia) e orchestrato dal regista dell’operazione: Edoardo Sylos Labini.
Dietro questo festival non c’è una disinteressata riscoperta delle radici locali, ma un network politico-culturale ben oliato. Sylos Labini è il fondatore della rivista CulturaIdentità, l’organo di stampa che detta la linea di questa nuova, presunta “egemonia culturale” della destra, un progetto che si riflette anche in programmi televisivi della TV di Stato, come il suo Inimitabili su Rai3, nato per celebrare figure del passato in chiave sovranista ma ricordato soprattutto per i suoi clamorosi flop di ascolti Auditel. Ma a Ferrara il flop si trasforma in uno scandalo politico ed etico. Per finanziare i quattro giorni di passerella di Sylos Labini e dei suoi intellettuali d’area, la giunta comunale ha stanziato ben 60.000 euro di soldi pubblici. E dove sono andati a prenderli? Dai capitoli di bilancio più sacri: l’opposizione consiliare (PD, Lista Anselmo, La Comune e M5S) ha svelato che oltre 30.000 euro sono stati scippati direttamente dai fondi destinati a borse di studio, tirocini e stage per i giovani. Si taglia il futuro delle nuove generazioni per pagare la riabilitazione del passato fascista. La narrazione edulcorata dei promotori del festival descrive Balbo come un “uomo carismatico, visionario, trasvolatore d’alta quota, solo ‘molto discusso’ per la sua adesione al fascismo”. È la solita solfa del “fascista buono” che ha fatto anche cose eccellenti. È la stessa retorica strisciante che abbiamo visto usare dalla deputata di Fratelli d’Italia, Paola Maria Chiesa sui social. Quella stessa deputata che, non dimentichiamolo, inaugurava circoli di partito nel Pavese intitolati a Balbo e condivideva immagini storiche del gerarca in visita al Berghof, la residenza estiva di Adolf Hitler. Ma se la destra si riempie la bocca con il mito dell’Atlantico, la memoria popolare e antifascista possiede gli anticorpi per rimetterli al loro posto. Come ricorda il celebre motto in dialetto parmigiano, stampato sulle barricate dell’Oltretorrente del 1922, quando il popolo guidato da Guido Picelli respinse militarmente gli squadristi: «Balbo t’è pasè l’Atlantic, mo miga la Pèrma». Potrete anche aver trasvolato l’oceano, ma davanti alla Resistenza vi siete dovuti ritirare. Ferrara non ci sta a farsi imporre questa identità di cartapesta e camicia nera. Intorno al festival si è sollevato un cordone sanitario impressionante, che unisce la società civile, i sindacati e i vertici della Chiesa cattolica locale. L’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, guidata dall’arcivescovo Gian Carlo Perego, è intervenuta con una nota ufficiale durissima, definendo Balbo per ciò che era: “un gerarca fascista che limitò la libertà”. Dal mondo cattolico si è levato un grido d’indignazione: come si può elevare a simbolo cittadino l’uomo che fu il mandante morale, l’organizzatore e il capo dello squadrismo ferrarese che nel 1923 assassinò a bastonate il parroco di Argenta, Don Giovanni Minzoni? Celebrare Balbo a Ferrara significa sputare sul sangue di un martire antifascista. La mobilitazione è totale. Mentre in Consiglio Comunale le opposizioni chiedono l’immediato ritiro del Comune dalla Fondazione Città Identitarie, fuori dai palazzi l’ANPI e la CGIL hanno lanciato lo slogan “Non in nostro nome!”. Piazza Municipio non sarà lasciata nelle mani dei nostalgici. Le associazioni partigiane, i sindacati e i cittadini democratici si ritroveranno in un presidio di protesta aperto e militante. Saranno lì per fare da contrappeso fisico alle provocazioni revisioniste, per ricordare che la vera identità di Ferrara è nata con la Resistenza, con la democrazia e con la Costituzione. Il tentativo di sdoganare il fascismo un pezzo alla volta, mascherandolo da cultura pop, ha trovato a Ferrara un muro invalicabile. Balbo non passerà. Nemmeno questa volta.

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