Una coppa verniciata d’oro alta tre metri fa bella mostra di sé da ieri sul National Mall a un passo dalla Casa Bianca. È il premio per la partecipazione alla guerra in Iran ed è assegnata a Donald Trump.
Sul basamento della coppa si legge: “Consegniamo questo premio al presidente Trump per il suo entusiastico coinvolgimento nella guerra in Iran. Mentre molti si preoccupano di strategia militare, diplomazia o successi misurabili concretamente, il Presidente Trump dimostra il coraggio di partecipare senza alcuna preoccupazione per il risultato finale“.
È la burla di un gruppo noto per altre prese in giro del presidente, ma questa volta riflette un sentimento diffuso nell’opinione pubblica americana. Un sondaggio Ipsos rileva che il 58 per cento dei cittadini statunitensi è contrario alla guerra, a come è stata avviata, a come sta proseguendo.
Né aiuta il comportamento del Presidente, palesemente impantanato in un conflitto da cui non sa come uscire. L’obiettivo di rovesciare il regime iraniano su input di Netanyahu si è rivelato una illusione. La dittatura di Teheran è più forte di prima e ora ha un’arma che fino a oggi non aveva mai usato fino in fondo: il controllo dello stretto di Hormuz. È un’arteria vitale per il commercio internazionale e il suo blocco manda in crisi l’economia mondiale. Il primo intervento armato americano era stato giustificato dal segretario di Stato americano Marco Rubio con la difesa della libertà di navigazione in acque internazionali. Principio sacro fondamentale per la libertà di navigazione e di commercio in tutto il mondo. Peccato che l’articolo 5 del memorandum di intesa Usa-Iran lasciasse un margine di ambiguità sulle disposizioni (“arrangements”) lasciate nella disponibilità iraniana sul transito commerciale a Hormuz. Accade quando i diplomatici di carriera vengono sostituiti da amici immobiliaristi (Witkoff) o parenti stretti (Kushner). Il dipartimento di Stato americano, un tempo fucina di diplomatici eccellenti, ora è un luogo devastato da licenziamenti a raffica decisi personalmente dal Presidente. Né i licenziati vengono sostituiti: in Africa, solo per fare un esempio, l’ottanta per cento delle rappresentanze diplomatiche americane è priva di ambasciatore. Si va avanti a decisioni estemporanee dettate dall’umore del grande capo. Scelte che spesso contraddicono quelle appena prese. La libertà di navigazione, proclamata solennemente da Rubio, viene smentita platealmente da Trump con la scelta di rivendicare agli Stati Uniti il diritto di controllare il traffico marittimo da Hormuz imponendo una tariffa (meglio sarebbe chiamarlo un pizzo) del 20 per cento. Facile la replica ironica degli iraniani: “Allora è giusto far pagare una tariffa di transito, come abbiamo sempre sostenuto: la nostra però – sottolinea caustica Teheran – era più ragionevole”. E più ancora dell’ironia persiana pesano le proteste dei paesi del Golfo, vittime designate del pagamento. Proteste così vibranti da aver costretto Trump a un’imbarazzata marcia indietro: la sbandierata tassa del 20 per cento viene precipitosamente cancellata e sostituita da non meglio precisati investimenti dal Golfo verso gli Stati Uniti.
C’è di che far imbufalire il mercuriale presidente americano che, passando dalle lodi di ieri (“gli iraniani sono intelligenti”) agli insulti di oggi (“feccia”), lascia filtrare sui giornali amici ipotesi di nuovi attacchi militari decisivi ed esemplari. Peccato che gli arsenali militari Usa comincino a scarseggiare di pari passo con la disponibilità di deputati e senatori, perfino in un parlamento a maggioranza repubblicana, a votare il rifinanziamento di uno sforzo bellico senza fine. Mentre le elezioni di metà mandato si avvicinano sempre di più e il voto di novembre sembra destinato a consegnare ai democratici almeno il Congresso. Tempi difficili per il Presidente. Può solo consolarsi con la Coppa di tre metri che troneggia beffarda a pochi passi dal suo ufficio alla Casa Bianca.
(pubblicato su La Gazzetta del Sud)
