Strage di Capaci. 29 anni dopo: fare memoria, per evitare che la storia si ripeta

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“Il dottor Giovanni Falcone era solito tornare con una valigetta, di cui parla anche l’autista giudiziario, Costanza. Dove è finita? Che cosa aveva dentro? Sarebbe giusto rispondere anche a questi interrogativi”.

A parlare è Angelo Corbo, uno dei poliziotti sopravvissuti alla strage di Capaci (con lui Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Giuseppe Costanza), in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
Angelo Corbo ricorda quel 23 maggio come “una giornata splendida. La classica giornata di una terra baciata dal sole e cullata dal mare”.

29 anni dopo, è fondamentale fare memoria e non solo ricordare. Memoria, per evitare che la storia si ripeta.

“Giovanni Falcone con la moglie, la dottoressa Morvillo, scese dall’aereo e si mise alla guida della macchina blindata, con l’autista, Giuseppe Costanza, seduto dietro. Noi pensavamo già alla giornata dell’indomani. All’improvviso, però, cambiò tutto. Ricordo le parole del caposcorta di quel giorno, Gaspare Cervello, che disse ‘cazzo, perché rallenta così tanto?’. Poi sentii un fortissimo boato, la sensazione di volare e sbattere all’interno della croma”.

“Falcone – racconta Corbo – era ancora vivo, ricorderò per sempre che si girò verso di noi e ci guardò con gli occhi imploranti. Noi eravamo lì, non riuscivamo ad aprire la macchina, così ci rimase solo di fare scudo”. Ma non ci fu niente da fare. La storia della Sicilia venne drammaticamente segnata da quel giorno. Ed oggi, 29 anni dopo, rimangono tanti interrogativi senza risposta.


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