Piero Mannironi: il giornalismo vissuto come passione civile    

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E’ doloroso e difficile scrivere della morte di un amico e di uno stimatissimo collega. Lo è ancor di più quando con questo collega hai condiviso battaglie sindacali, professionali, umane. Parlo di Piero Mannironi, spentosi a 77 anni per le complicazioni successive all’infezione da Covid da cui sembrava guarito. Lo avevo sentito al telefono dieci giorni fa, dopo le dimissioni dall’ospedale nel quale aveva affrontato con coraggio la sfida con il terribile virus. D’intesa con Beppe Giulietti avevamo deciso di proporgli una collaborazione con il presidio sardo dell’associazione Articolo 21 per raccontare cosa vuole dire svolgere per tutta la vita giornalismo d’inchiesta e cosa rischia la professione se quel tipo di impegno viene progressivamente abbandonato. Aveva accolto con gioia la proposta. La notizia della morte improvvisa ci lascia sgomenti.

Ho condiviso con lui quattro anni di lavoro alla Nuova Sardegna, dal 1984 al 1988 e lì ho avuto modo di conoscerne lo spessore umano prima ancora che professionale. E forse era proprio la sua umanità che lo rendeva così sensibile verso quei casi di cronaca nera e giudiziaria che lo appassionavano e sui quali non si accontentava mai delle informazioni ufficiali.

Aveva cominciato nella redazione di Nuoro de L’Unione Sarda, tra il 1973 e il 1976, come cronista. Nel 1981 era passato alla Nuova dove ha svolto la professione per 35 anni. Trentacinque anni di scoop e inchieste che diedero svolte decisive a vicende apparentemente senza storia. Come quando riuscì a denunciare che la nave appoggio statunitense ormeggiata a Santo Stefano custodiva nelle sue stive ben 54 ordigni nucleari che sarebbero dovuti servire ad armare i sommergibili. Dal 1985 al 1987 il governo italiano continuò a negare e smentire, finché fu il governo statunitense a confermare quella verità in conseguenza della quale la base venne smantellata.

O anche la sua instancabile denuncia dei veleni accumulatisi nella base militare del Salto di Quirra, una delle tante servitù militari sparse per l’isola. E la controinchiesta sulla collisione tra la Moby Prince e l’Agip Abruzzo nel porto di Livorno con la morte di 140 persone, così come la continua ricerca della verità, condotta con il collega Piergiorgio Pinna su quello che accadde il 2 marzo del 1994 nel mare di Capo Ferrato, nel sud est dell’isola, quando un elicottero della Guardia di Finanza, il Volpe 132, sparì nel nulla. Solo l’esame dei pochi relitti restituiti dal mare portò la magistratura ad affermare che quell’elicottero non era caduto per un cedimento strutturale, ma perché era stato abbattuto. Era  l’ormai lontano 2013.

Ma forse l’atto di coraggio maggiore di Piero Mannironi fu la scelta, condivisa dalla direzione del giornale alla quale Piero ne spiegò le motivazioni, fu il rifiuto di pubblicare una lettera di minacce inviata al giornale dai rapitori della giovane donna nuorese Cristina Berardi per intimidire i familiari e costringerli a pagare il riscatto. Il giornale uscì con uno spazio bianco in prima pagina spiegando che non sarebbe mai diventato un alleato dei banditi, neppure sotto la costrizione di quell’ignobile ricatto.

Questa prassi professionale – e il dato dovrebbe far riflettere maggiormente direttori ed editori – non fu solo la dimostrazione della sua bravura professionale perché anche il giornale se ne avvantaggiò, e molto. Quando La Nuova Sardegna gli affidò la redazione di Nuoro, il giornale vendeva mille copie, esattamente come L’Unione Sarda, il giornale concorrente. Al termine della sua gestione le vendite della Nuova si erano quadruplicate.

Grande professionista, dunque, ma anche appassionato sindacalista. Presidente dell’Associazione della Stampa Sarda dovette affrontare gli anni difficili della trasformazione dei metodi produttivi: dal caldo al freddo, dalle macchine per scrivere ai computer. La sua unica, forte preoccupazione era come garantire i colleghi che dovevano affrontare quel cambio epocale. E la sua costante presenza servì ad aiutare i cdr della testate che venivano pesantemente accusati dalle proprietà di opporsi alla ‘modernità’.

La morte ha portato via un uomo, un professionista, un collega di questa levatura. Non possiamo permetterci di dimenticare la sua lezione Per questo, mentre esprimiamo tutta la nostra vicinanza e il nostro affetto alla moglie Daniela, anche lei giornalista, sentiamo l’obbligo, come Articolo 21, di proporre al suo giornale, all’Associazione della Stampa Sarda, all’Ordine dei Giornalisti, alla FNSI di metter in piedi un’iniziativa, rivolta soprattutto ai colleghi più giovani, incentrata sull’importanza del giornalismo d’inchiesta, sulla base della formidabile attività svolta da Piero Mannironi. Il rimpianto e il dolore di oggi devono trasformarsi in un impegno che non serva solo a ricordarlo ma a rendere utile tutto quello che lui ha fatto per rendere la professione più incisiva, umana, significativa.

Ottavio Olita, portavoce Articolo21 Sardegna

One thought on “Piero Mannironi: il giornalismo vissuto come passione civile    

  1. Splendide parole caro Ottavio. Tutte vere. Il giornalismo sardo soffrirà l’assenza di un punto di riferimento fondamentale come Piero

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