La scrittrice e il suo doppio. ‘D’après une histoire vraie’ di Roman Polanski

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Feste con gli editori stranieri, incontri con sciami di lettori dal feticismo rapace, desiderosi di sostituire se stessi ai personaggi, dediche tutte uguali in algide librerie tutte uguali, conferenze, interviste. Delphine è smarrita nel labirinto senza uscita delle voci petulanti che desiderano essere riconosciute, delle sofferenze di ignoti che le vengono sussurrate con trasporto fittizio, di un successo di pubblico inaspettato quanto vampiresco. Ancor più del solito, lo sguardo di Polanski si muove con lentezza avvolgente, aderendo alla stanchezza interiore della protagonista, sottolineandola; e nello stesso tempo creando intorno a Delphine, da ogni parte, prospettive sghembe o duplici, frammenti di immagini riflesse dai significati ingannevoli e sfuggenti. Dimensioni e inclinazione delle pareti di una galleria d’arte si alterano, le facce si deformano sotto l’azione di un grandangolo dickensiano o woolfiano assumendo connotati sinistri.

Davanti alla scrittrice in crisi creativa e perseguitata dalle accuse di aver strumentalizzato nel romanzo drammi e dolori familiari per arrivare alla celebrità, appare una sera Elle, in cerca di un autografo. E’ una giovane ghostwriter brillante e seducente dalla vita solitaria. La sua comparsa dà modo alla vertiginosa sceneggiatura di Assayas e Polanski di giocare con le ossessioni di entrambi e con una quantità infinita di citazioni cinematografiche (Hitchcock docet: c’è anche un viaggio in auto, di notte, sotto la pioggia, che evoca Psycho). Entro un uso del colore e delle luci – grigie, azzurre, marroni – che si muove tra la scuola fiamminga e la trasparenza sospesa del decostruttivismo, la narrazione conduce lo spettatore a oscillare nel vuoto, ingannato dai sortilegi di due mise en scène parallele e contrapposte che si specchiano l’una nell’altra discendendo tutti i gradi dell’ambiguità, mentre l’ipercomunicazione digitale separa i personaggi anziché avvicinarli, trasformandoli in fantasmi estranei persino a se stessi, come avviene in Personal shopper.

Elle fin dall’inizio indossa almeno un accessorio scarlatto, colore che in natura indica il pericolo, e tesse con abilità tenace la tela di una seduzione progressiva e invasiva. Sembra un “doppio” di derivazione romantica, una Carmilla dallo sguardo disperato e crudele la cui immagine si scompone negli specchi, il sosia dostoevskijano che assimila in un processo mimetico inarrestabile l’identità di Goljadkin affinché egli possa guardare dall’esterno la propria Ombra. Nella seconda parte del film Elle incarna la pulsione collettiva dei lettori patologici, diventando – sembra – la versione eterea e intellettuale di Annie Wilkes. Eppure qualche ingranaggio stride, volutamente. Il sospetto che si fa strada è che lo sperdimento esistenziale di Delphine abbia dato vita a una proiezione piena di fascino e di follia omicida per alimentare una storia perversa, attribuendola all’Altro, fin quasi alla morte evitata per puro caso.

Però, anche in una ritrovata normalità, i fantasmi persistono come desiderio. Scrivono romanzi. E possono ripresentarsi con il sorriso di sempre.

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