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Dalla Festa del Cinema di Roma.  “Glauber, Claro”, di Cesar Meneghetti. Prod Brasile 2020

 

Atto d’amore di Cèsar Meneghettiverso  Glauber Rocha,“Glauber, Claro”, presentato in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma 2020, somiglia tanto all’oggetto del suo dire, “Claro”, il penultimo film di lungometraggio del grande cineasta brasiliano, girato a Roma nel 1975. Come quell’opera anche questa si muove tra tanti generi e mille motivazioni, allontanando sempre più quella facile e comoda distinzione tra documentario e fiction. Meneghetti fa il punto sul mondo di oggi partendo dalle origini della sua contemporaneità, Roma. Proprio sulla sciadell’opera del suo conterraneo e ideale maestro.

Dunque, protagonista simbolo è  la Roma dei Cesari, quella di oggi e quella del 1975, cioè di “Claro” e didiGlauber Rocha, esule mai domo. Film utopico all’epoca e distopico oggi, “Claro”, come afferma Adriano Aprà, uno dei tanti amici chiamati a testimoniare, è opera che racconta non soltanto il nostro ieri ma anche, e soprattutto, il nostro oggi e il nostro domani, che racconta i rapporti di forza di sempre, immutati, nonostante i primi anni Settanta e le urla di Rocha. Meneghetti ritorna, con magistrali skyline, sui luoghi romani di “Claro”, oggi freddi e asettici quartieri normalizzati, ieri covi di fermento rivoluzionario e speranze obbligate, e vi incontra Luiz Maria“El Cachorro” Olmedo, uno degli interpreti del film di allora e del suo, che racconta a noi, stupiti, di come il genialeGlauber avesse messo in fila alcune cartoline illustrate dei più famosi monumenti di Roma imperiale realizzando così la sceneggiatura del suo film.

La realtà della Storia, quella dei conquistatori e dei conquistati, duemila anni di dominio dell’Uomo sull’Uomo sintetizzati in una serie di semplici e “normali” cartoline colorate…Claro”, 1975, è la presa d’atto di un punto d’arrivo.Il Colosseo, parole di Rocha, è “l’ultima immagine dell’Occidente”. Ed è dentro queste immagini da cartolina che l’autore di “Barravento” fa esplodere la sua rivolta, anch’essa antica , come quella di Spartaco, muovendosi, con la protagonista Juliet Berto, attraverso una Roma tropicalista e già postpasoliniana, alla ricerca di una ragione tutta da costruire intorno ad un mondo tutto da (ri)costruire. Gli americani fuggono dal Vietnam, grandi speranze, e Carmelo Bene che spiega come Roma divenne l’incipit del colonialismo protocapitalista. Oggi, Meneghetti ci racconta la realtà parallela di quel film “rivoluzionario”, la vita di Glauber Rocha a Roma, diviso tra manifestazioni di Lotta continua e ammirazione per il PCI. Ma, soprattutto, la sua vita da bohème che tenta di sovvertire un mondo ingiusto attraverso immagini allora importanti ed oggi ai più neglette. Rocha condivideva la sua voglia di giustizia con altri artisti, ultimi testimoni “romantici” di un modo di intendere la creatività non disgiunta dalla quotidianità.

Tra questi, Mario Gianni, Bettina Best e Gaia Franchetti, che con candore ci confessano di come l’amicizia non potesse non concludersi anche con il fare l’amore. Forse, la testimonianza più rivoluzionaria perché solo oggi esplicitata come esempio più alto di condivisione e di affinità elettive, in una visione della vita in cui pubblico e privato coincidevano pienamente. Per Davide Magara, fonico di “Claro”, l’essere contro di allora era l’essere dentro quel mondo da cambiare, ben lontano dal vuoto in cui oggi siamo tremendamente immersi. La maestria di Meneghetti sta proprio nel sapersi muovere tra questi sguardi fieri di ieri e gli stessi diventati, oggi, incerti e pieni di solitudine per qualcosa perduta per sempre. In questo senso, per molti di questi amici ciò che rimane ancora vivo e fantasmatico insieme è il volto aperto al mondo di Glauber Rocha, il suo sguardo cinico e poetico insieme, il suo sperare senza sosta, senza limiti. Il suo essere cittadino del mondo senza confini, se non quelli delineati dalla dignità e dalla giustizia sociale. Roma come il Brasile, come il mondo intero, con le sue periferie e i suoi privilegi inumani, in cui la parola straniero è frutto di una Storia fatta da una sola parte, non condivisa.

Meneghetti mette in scena poche volte Rocha, vuole andare oltre l’immagine cinefila, vuole che lo spettatore lo riconosca soltanto dopo aver ricomposto un puzzle fatto di sguardi e racconti di chi lo ha conosciuto. Solo alla fine lascia esplodere il monologo anti Venezia 1980, nel quale un commovente Glauber diventa infinito Don Chisciotte contro l’ennesima ingiustizia di chi non vuole ascoltarlo. Non è solo il regista che si scaglia contro altri registi, fors’anche ingenerosamente, è, soprattutto, l’artista che grida il suo dolore verso chi ha deciso di ignorarlo. E la sua pena non è per se stesso ma per quegli ultimi della terra  protagonisti del suo splendido e incompreso “A idade da terra”. Non è un caso se Silvano Agosti, in chiusura, ci illumina dicendoci che Rocha è morto nel 1981, a soli 42 anni, “perché si rifiutava di diventare normale”…

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