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Difred e le geometrie del potere. ‘The Handmaid’s Tale’ di Margaret Atwood, con Viola Graziosi

 

Firenze, Cortile di Villa Vogel – Volere non serve nel microcosmo concentrazionario di Gilead, in cui domina una sorveglianza stringente di ispirazione puritana, intrisa di simbolismo biblico. Arrivano voci lontane di acque contaminate dalle radiazioni, di una guerra imprecisata, di attentati terroristici, di insurrezioni pericolose e subito soffocate dall’esercito del regime teocratico che ha sostituito la democrazia statunitense.

La complessa distopia di The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood – o utopia negativa in fase di realizzazione, visto che oggi negli Stati Uniti, e in un numero incalcolabile di altri Paesi, i diritti più violati sono proprio quelli delle donne – nella versione teatrale di Loredana Lipperini e Graziano Piazza viene enucleata e asciugata sino a farne emergere la luce geometrica e ossessiva. Controllo, indottrinamento suadente e minaccioso, cancellazione progressiva dell’identità e della dignità, riduzione dell’entità femminile a matrice, corpo utilizzato per procreare figli al posto delle mogli sterili dei Comandanti, si manifestano in una polifonia di voci e sfumature cui dà vita la Narratrice: Difred/Viola Graziosi.

Vestite con lunghi abiti rossi – colore che evoca il sangue e l’iconografia di The Scarlet Letter – le Ancelle passeggiano seguendo percorsi ripetitivi, controllate ‘di spalle’ dai soldati, indossando copricapi bianchi con alette che impediscono loro sia di vedere che di essere viste. Si scambiano frasi insignificanti e ritualizzate, ascoltano i moniti delle Guardiane, ossia la narrazione alterata del mondo ‘di prima’, dei suoi presunti orrori e pericoli, dell’eccesso di libertà che un tempo le aveva ridotte a non-donne. Adesso tutto è cambiato, cinguettano sinistre le conferenziere, le donne vivono protette, è stato loro sottratto il peso della quotidianità, gli affanni, le decisioni, la promiscuità. L’amore.

Il sesso è imposto, violazione meccanica e impersonale: il Comandante fotte le Ancelle per adempiere un compito – non si può neppure considerare stupro –, facendo attenzione a non appoggiarsi al loro corpo. Il destino delle nuove nate è già stabilito, e non avendo ricordi del ‘prima’ osserveranno le regole della Repubblica di Gilead senza discussioni né sofferenze.

Eppure qualcosa sfugge ai calcoli di regime. I desideri diventano pensieri e i pensieri parole prima sognate, mimate, sussurrate fra le Ancelle – durante le passeggiate o di notte, nei dormitori, cercando l’Altra nel buio, allungando un braccio –, poi si articolano in racconto solitario per i posteri, mentre le tessere della memoria si ricompongono in disegno e da qualche parte risorge l’immagine del Sé. Ed è a questo punto che Viola Graziosi – nella prima parte minuziosa e precisa come la Winnie di Oh les beaux jours, che oppone al vuoto il catalogo dei suoi piccoli oggetti, e apre il parasole per trasformare il deserto dei giorni in epifania – travolge le barriere del Tempo per mezzo del corpo e di una voce inarrivabile, potente ironica infinitamente duttile. All’elegante, meticolosa cerimonia della vestizione si sostituisce una postura ancestrale, in ginocchio con le braccia tenute in alto, mentre il buio sottrae identità al volto. E’ lì, in quel preciso istante, nella coscienza di tutto ciò di cui è stata privata, che Difred si unisce di nuovo alla sua forma precedente, e anche, fra lame di suono e percussioni inquiete alla Lanthimos, del proprio esistere in un eterno meridiano, orgogliosamente non soggetto alle vicende della storia.

Riaffiora con stupore il passato, un tempo in cui Difred lavorava, era autonoma, frequentava le lavanderie a gettoni in pantaloncini corti (un vero abominio nella Repubblica di Gilead). Apprendiamo il metodo con cui, a poco a poco, il sistema autoritario si era insinuato nella vita quotidiana: dematerializzando tutto ciò che sostiene il pensiero e la libertà personale (libri, denaro), scoraggiando i contatti umani e il movimento, instaurando un clima di sempre maggiore paranoia e paura, fino ad annientare, un brutto giorno, all’improvviso, ogni diritto civile delle donne per confinarle all’interno di un recinto puramente biologico. Bestie da allevamento (intensivo) e riproduzione.

THE HANDMAID’S TALE

Il Racconto dell’Ancella

TRATTO DAL ROMANZO DI MARGARET ATWOOD
TRADUZIONE CAMILLO PENNATI PER PONTE ALLE GRAZIE
CONSULENZA LETTERARIA LOREDANA LIPPERINI
CONSULENZA ARTISTICA LAURA PALMIERI
CON VIOLA GRAZIOSI
REGIA GRAZIANO PIAZZA
MUSICHE ORIGINALI RICCARDO AMORESE
FOTO PINO LE PERA
GRAFICA SILVIAMARIA PLACIDI
UFFICIO STAMPA NICOLA CONTICELLO E MARCO GIOVANNONE NCMEDIA
PRODUZIONE ARTISTI RIUNITI

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