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Montana e Cassarà trentacinque anni dopo

 
Fu un anno di sangue, il 1985. Un anno in cui Palermo e la Sicilia si trasformarono in un’arena nella quale caddero alcuni fra i migliori servitori che lo Stato abbia mai avuto. Basti pensare a Beppe Montana e Ninni Cassarà, vittime della solitudine e della barbarie di una mafia che si trovava nel bel mezzo della propria faida interna e in un momento di svolta nella storia del Paese. Erano già attivi, infatti, Falcone e Borsellino e stavano cominciando a venir meno determinate protezioni politiche e certi legami che avevano favorito la diffusione, il rafforzamento e lo spadroneggiare di un morbo che ha infestato la Sicilia e devastato, poi, l’intera Nazione.
Quell’anno di sangue fugò ogni dubbio sul fatto che la mafia non solo esisteva ed era una “montagna di merda” ma che per troppo tempo era stata protetta, a vari livelli, in quanto faceva comodo alla difesa dei più disparati e inconfessabili equilibri.
Aggiungo che a cadere sotto i suoi colpi sono stati, quasi sempre, uomini coraggiosi che conoscevano bene il destino al quale andavano incontro, che sapevano di essere dei condannati a morte e che, nonostante tutto, continuavano a lottare per costruire una società migliore, ben coscienti che non l’avrebbero mai vista.
In quel maledetto anno, ad aprile, cadde anche una donna che non c’entrava niente, Barbara Rizzo, assassinata insieme ai suoi bambini dall’esplosione di una bomba diretta, nelle intenzioni degli attentatori, contro l’avvocato Carlo Palermo, anni dopo candidato de La Rete.
La strage di Pizzolungo, gli omicidi, in estate, di Montana e Cassrà, le conseguenze della Seconda guerra di mafia che aveva straziato Palermo e la Sicilia fra l’81 e l’84, la nascita di una nuova soggettività politica, di un nuovo pensiero e di una nuova coscienza civica e critica: il 1985 travolse definitivamente le poche certezze residue e ci indusse a comprendere la capillarità di un fenomeno tutt’altro che territoriale.
Se vogliamo, il 1985 è l’anno in cui in Italia, complice anche il referendum sulla Scala mobile che vide la conferma del Decreto di San Valentino (frutto di una proposta dell’economista Ezio Tarantelli, assassinato dalle BR il 27 marzo 1985), andò in frantumi la Prima Repubblica, quattro anni prima dell’abbattimento del Muro di Berlino e sei anni prima della conclusione di quello che Hobsbawm ha definito il “Secolo breve”.
Da quel momento in poi, nulla sarebbe stato più come prima e il declino, il degrado e la distruzione del nostro stare insieme non avrebbero avuto più argini. Una storia gloriosa, nata dal sangue della Resistenza, sarebbe annegata prima nella corruzione di Tangentopoli, poi nel sangue dello stragismo mafioso e infine nella stagione dell’anti-politica, dei politicanti improvvisati e del vuoto nella quale siamo tuttora immersi.
Trentacinque anni dopo della nostra dignità di Nazione è rimasto poco o nulla.
P.S. Trent’anni fa, in via Poma, veniva assassinata Simonetta Cesaroni. La sua morte, pur trattandosi di un mero fatto di cronaca, senza alcun risvolto politico, è ancora tristemente avvolta nel mistero. Un pensiero alla sua famiglia, da tre decenni alla ricerca di verità e giustizia.

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