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Aiutiamoli restando a casa, nostra. Casi Regeni e Paciolla scontro tra civiltà

 

“Aiutiamoli a casa loro!” La soluzione sovranista, proposta per il problema dell’immigrazione in occidente, dà per scontato che i paesi (ex) industrializzati sappiano come poter risolvere i problemi dei paesi “in via di sviluppo”. Il tutto ammesso che questi paesi, origine e fonte di immigrati, desiderino veramente raggiungere un livello complessivo di sviluppo paragonabile all’occidente, anche nei metodi democratici. Spesso l’occidente ottiene la risposta che il venditore di ghiaccioli riceveva dagli eschimesi: “no grazie!”. Forse conviene restare a casa, in Italia.

Anche perchè quando i paesi occidentali, per “aiutarli a casa loro”, vogliono incidere nelle realtà locali lo fanno con secondi fini. Magari con finte indagini sociali che a volte mascherano attività poco favorevoli ai regimi che si fa finta di aiutare. Ancora non si è capito perché la celebre università di Oxford si sia rivolta al povero Giulio Regeni per una indagine sociologica sui sindacati autonomi degli ambulanti egiziani, considerati fuorilegge dalla dittatura, in un paese nemico storico del Regno Unito. Regeni è stato tradito perché non poteva offrire un “contributo” economico consistente. Ma forse anche quando c’è di mezzo l’Onu le cose non vanno meglio.

Il collegamento tra il caso Regeni e quello di Mario Paciolla sorge spontaneo. Due realtà umane, territorialmente aliene ed isolate, sono state preda di regimi dove la vita è considerata di valore nullo. Ciò sia in Colombia che in Egitto, dove per depistare le (mai eseguite) indagini si è sterminata una famiglia di piccoli delinquenti, per far trovare alla polizia il passaporto di Regeni, gelosamente conservato dai ladruncoli (?). Di Paciolla si sa dei contrasti con i suoi capi Onu e che negli ultimi giorni viveva nel terrore. Già le indagini sembrano molto carenti.

Se si vuole dare un aiuto “a casa loro” ai paesi “emergenti” bisogna dare protezione ai nostri giovani che rischiano la vita per i loro ideali. Soprattutto non consentire che questi giovani possano operare senza una rete di contatti fidati che possa dare un aiuto concreto in caso di difficoltà.

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