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#STRAGEUSTICA. Il suo depistaggio e l’assenza di colpevoli hanno avuto effetti devastanti sulla società

 

La Strage del 27 giugno 1980, avvenuta nel cielo tra Ponza e Ustica, che causò la morte delle 81 persone (77 passeggeri, bambini, donne e uomini e 4 componenti l’equipaggio) che viaggiavano sull’aereo Dc9 dell’Itavia in volo da Bologna a Palermo, rappresenta il vero termometro della nostra democrazia. Il comun denominatore delle Stragi nel nostro Paese è stato il depistaggio, in particolare nelle Stragi di Ustica e del 2 agosto alla Stazione di Bologna. In questi 40 anni, politici, militari, tecnici, parte della magistratura, rappresentanti dell’informazione, hanno tentato di nascondere che sul cielo del mar Mediterraneo si è svolta una vera e propria guerra aerea con la presenza di caccia francesi e libici. Il depistaggio messo in atto dai servizi segreti ha fatto uso anche della tecnica della disinformazione attraverso testimonianze, sempre smentite dai fatti, con l’obiettivo, di rallentare le indagini sostituendo la parola Strage con disastro. Non a caso all’inizio si parlò di “rottura strutturale” dell’aereo, poi addirittura si diede la responsabilità al “vento troppo forte”, invece di approfondire immediatamente un particolare che sarebbe stato fondamentale su come indirizzare le indagini. “L’Ora” di Palermo, il 1° luglio, tre giorni dopo la strage, pubblicò il seguente titolo: “Nel mare i resti di un aereo militare”. Fare oggi una ricerca approfondita, con le nuove tecnologie, nel fondale a 3400 metri di profondità dove nel 1987 fu recuperato l’aereo, potrebbe portare la risposta definitiva alla domanda: “Cosa accadde?” Solo nel 2007 il presidente emerito della Repubblica Cossiga, nei giorni della Strage a capo del Governo, dichiarò pubblicamente la responsabilità della Francia per la fine del Dc9, accusando i “suoi” di avergli mentito in tutti questi anni: “E’ stato un missile lanciato da un aereo francese”. Il leader libico Gheddafi era il nemico pubblico numero uno dei francesi. Quel giorno avrebbe dovuto essere su un suo Mig per raggiungere la Polonia, qualcuno lo aveva avvisato che lo stavano aspettando. I Mig volarono ma senza di lui. Dalle inchieste fatte da due giornalisti transalpini, contrariamente a quanto era stato dichiarato dalla diplomazia, dimostrarono che la base di Solenzara non era chiusa come invece sta scritto sui documenti ufficiali, ma il 27 giugno, mentre l’aereo dell’Itavia era in volo tra Bologna e Palermo, decine di caccia decollarono dalla base corsa; nel Mediterraneo la portaerei francese Foch era ben presente: guarda caso le indagini furono indirizzate verso la Clemenceau che non era nel Mediterraneo. Era un mondo diviso in due: USA da una parte URSS dall’altra. Vi erano alcuni politici italiani di primo piano che ufficialmente applaudivano le iniziative Nato e contemporaneamente tenevano rapporti segreti con la Libia, ciò consentiva agli aerei di Gheddafi, che andavano nei paesi dell’Est, di volare in scia a quelli civili italiani per non essere intercettati, tutto sotto l’attento controllo dei servizi segreti del “grande manovratore”: il generale Santovito capo del Sismi dal 1978 al 1981, quando il suo nome fu trovato nell’elenco della P2 di Licio Gelli. Oggi non si parla più di problema strutturale, il depistaggio porta all’esplosione di una bomba presente nella toilette dell’aereo. Su questo vi sono ancora politici che a quarant’anni di distanza insistono, smentiti, non dalle indagini, non dalla storia, ma dall’aereo stesso. Basta andare a Bologna al museo di Ustica, voluto fortemente dall’Associazione dei famigliari delle vittime e dal suo presidente Daria Bonfietti, dove vi è l’aereo Dc9 abbattuto il 27 giugno 1980, dove la toilette risulta intatta. Questa strage e il suo depistaggio, l’assenza di colpevoli, di risposte al perché è potuto accadere tutto ciò, ha avuto effetti devastanti sulla nostra società, che si aggiungono al dolore per le 81 vittime. Quella mancanza di fiducia dei cittadini nei confronti delle Istituzioni, che negli anni è aumentata, aumenterà sempre più se chi rappresenta lo Stato non cambierà rotta. Un primo passo potrebbe essere quello di render pubblici i documenti riguardanti le prime indagini più volte segretati. Il non voler ascoltare la voce dei cittadini rappresentati dalla Associazione dei famigliari delle vittime è la negazione della Costituzione. Tutto ciò è indegno per un Paese che si considera democratico.

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