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Italia in terapia intensiva contro il morbo dell’individualismo

 

Abbiamo bisogno di riti. Da quelli spontanei sui balconi, al fantastico straniamento di un Papa che parla al selciato lucido di pioggia della sua piazza, piena dell’assenza mai così partecipe della città e del mondo.  Nella sua accezione antropologia, il rito è ripetizione collettiva di formule che addensano energie, rinforzano l’identità del gruppo e generano il senso di protezione nei singoli. Serve nei momenti di stress euforici (vittorie, raccolto, matrimoni, battesimi, ecc.) o tragici (lutti, pestilenze, siccità, ecc.). E si svolge con una convocazione pubblica che richiede sincronia di tempi, azioni e luoghi, per sublimare emozioni collettive.

Ora si deve affrontare la paura del contagio. E anche la clausura domestica condivisa diventa un rito. Che promette salvezza, solo se si aderisce per convinzione, non per costrizione. Così, il rito dà senso ad un sacrifico collettivo. E se un popolo attraversa unito un periodo di privazione, si ritrova alla fine con più fiducia reciproca. L’Italia è in questa fase: in terapia intensiva contro il morbo dell’individualismo. Non so come ne usciremo, ma gli atti di generosità e dedizione che vediamo in questi giorni lasceranno una traccia profonda nel nostro senso dativo della relazionale. Perché i riti che li hanno accompagnati, stanno modificando la nostra psicologia sociale.

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