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Una terzina in attesa del countdown. Ulisse, la virtù, la conoscenza, il limite

 

Manca ancora un anno, ma già si pianificano progetti e iniziative di diverso genere per arricchire la catena di eventi legati al settecentenario della morte di Dante, tra cui la bizzarra proposta dell’istituzione di un “Dantedì” o “Dante day” da dedicare al genio fustigatore di papi, sovrani, concittadini, città e nazioni.

Che i classici siano tali perché continuano a parlare al cuore e alla mente dei contemporanei non è una verità sulla quale sia necessario imbastire dibattiti o effettuare puntualizzazioni, così come non dovrebbe suscitare meraviglia che dei classici ci si possa innamorare perdutamente e vergognosamente fino al punto di rileggerli con bulimica voracità e con la certezza di trovarvi risposte soddisfacenti e fresche come pane appena sfornato.

Dante è un classico il cui consumo può produrre assuefazione e seri effetti collaterali. Tra questi, molto comuni, specie mentre si consuma un peccato di qualsiasi foggia e natura, il pensiero ossessivo della pena da scontare in aeternum, mentre, più rare ma devastanti, possono verificarsi allucinazioni che portano il lettore ad immaginare il Sommo Poeta vivo e operante accanto a sé, magari assiso nel salotto di casa propria o alla poco parca mensa quotidiana, arcigno e nasuto, sprezzante e altero, magro e coronato d’alloro come in una delle tante raffigurazioni ottocentesche del Dorè, ospite assai scomodo e ingombrante, pronto a sentenziare e ad indicare, come farebbe Minòs orribilmente attorcigliando la coda intorno al corpo, in quale girone collocarci per le nostre sciagurate inclinazioni; mai che si materializzi su una cornice purgatoriale, accanto all’angelo biancovestito intento a cancellare la P di peccato dalla nostra fronte con l’aluccia compassionevole, o immerso nel rapimento estatico dei cieli paradisiaci ad indicarci, con un sorriso dolce come una promessa, il luogo di delizie che potrebbe appartenerci! Nelle inquiete apparizioni da sovradosaggio, il Nostro passeggia severo e cupo, ruminando atroci contrappassi, giudice inflessibile dei nostri vizi, ma pur sempre gigantesco e “divino” come la sua Commedia, definita tale da Giovanni Boccaccio, uno dei primi entusiasti commentatori.

Dante non fu solo Divina Commedia, questo è ovvio, ma non si può negare che ad essa principalmente ci si accosta con perdurante passione e devozione, forse perché con naturalezza si è imposta come il “testo sacro” degli italiani, non solo per l’avvio del processo che portò all’unità linguistica e per aver effettuato una sintesi perfetta di tutto il sapere del suo tempo, ma anche per la costruzione di un’identità comune fatta di versi mandati a memoria da generazioni sempre nuove di studenti, di immagini e personaggi scolpiti a tutto tondo nella memoria collettiva, di un patrimonio condiviso di bellezza che coincide con l’espressione massima della poesia e con l’altezza di una voce che ha saputo plasmare sintassi e lessico come creta per adattarli all’immensità delle proprie esigenze espressive.

Isolare soltanto alcuni versi non è impresa facile, perché sono davvero tanti quelli che possono offrirsi oggi con l’identica freschezza e solennità di un tempo, tanti quelli che invitano a percorsi sempre aperti, fecondi di input filosofici, politici e morali e linguisticamente preziosi, ma l’operazione va fatta per non rischiare di perdere la bussola in un viaggio impervio che egli potè compiere guidato dalla Ragione e soprattutto sorretto dalla Grazia divina, elementi non facilmente reperibili per chiunque si accinga adesso a comprare un biglietto per quella stessa meta: le “stelle”, bellissima, raggiante parola che chiude le tre cantiche consegnandole alla luce e al suo allegorico significato.

Come lucciole che volteggiano al tramonto appaiono le anime dei consiglieri di frodi che risplendono sul fondo dell’ottava bolgia nascoste da lingue di fuoco. Siamo nel XXVI canto, il grosso del percorso infernale è già compiuto, manca poco per giungere a Lucifero, l’angelo ribelle conficcato nel centro della terra. Da solerte maestro Virgilio soccorre l’avida curiosità di Dante, ma l’allievo ha già compreso che il fuoco avvolge i peccatori e desidera invece arrivare subito al cuore del suo dubbio: chi avanza in quella fiamma divisa in due nell’estremità superiore? Sono Ulisse e Diomede che affrontano insieme il castigo divino così come insieme peccarono, spiega Virgilio, ed elenca con mirabile sintesi alcuni degli inganni più noti alla tradizione letteraria. A questo punto, immaginatelo pure il Dante personaggio che freme e desidera con tutto se stesso conoscere la verità sulla fine dell’eroe greco, ma immaginate anche il Dante autore con un sorrisetto sornione da primo della classe, pronto a risolvere una questione assai dibattuta nel Medioevo, periodo in cui la conoscenza dei testi omerici, scritti in greco, non era diretta e giungeva mediata da autorevoli scrittori latini. Dante dell’eroe conosceva le caratteristiche che erano state esaltate ed immortalate nel corso dei secoli, l’astuzia e la sete di conoscenza, quelle che avevano edificato la fama di un personaggio verso il quale il Nostro provava un’ammirazione smisurata e nel quale coglieva alcuni tratti dominanti della propria personalità, senza che questo gli impedisse di stigmatizzare la componente marcia dell’astuzia, cioè il ricorso all’inganno. Naturalmente non è la prima volta che in Dante coesistono sentimenti in aperto contrasto verso i dannati, molto spesso la condanna morale non esclude la comprensione, la pietà, l’ammirazione, la commozione; gli episodi legati alle indimenticabili figure di Paolo e Francesca o di Pier della Vigna ne sono solo gli esempi più eclatanti e noti.

Ma torniamo alla questione della fine di Ulisse. Dante propone una soluzione originale e non supportata dalla tradizione, ma del tutto coerente con l’altissimo profilo del personaggio: dopo tanto viaggiare, giunto alle colonne d’Ercole, invalicabile confine oltre il quale si affronterebbe l’ignoto, Ulisse esorta i pochi compagni di viaggio rimasti con lui a proseguire per conoscere anche il mondo sanza gente. Andranno incontro alla morte attraverso il folle volo, ma da questa orazion picciola sgorga il miracolo di una terzina che ha sfidato i secoli e che continua a costituire essa stessa una sfida per i suoi lettori:

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.

Eccoli i nostri versi perfetti, li conosciamo tutti, almeno una volta nella vita ne abbiamo considerato distrattamente il messaggio o li abbiamo pronunciati come un mantra per cogliere e assaporare fino in fondo l’universo concettuale racchiuso in una semplice terzina.

Come parlano all’uomo contemporaneo questi versi? Che significato si attribuisce oggi alla virtù e alla conoscenza? Sono ancora i tratti distintivi dell’essere umano? E l’uomo che uso ne fa? Possono essere collocati nella sfera sempre più mutevole e relativa dei valori universalmente riconosciuti e accettati come tali?

Per il Nostro il bisogno di conoscenza è insopprimibile, ad esso vota la propria esistenza – anche quando lo porta consapevolmente nella selva oscura, anche quando lo seduce fino a condurlo alle soglie della superbia – nella sua piena soddisfazione pone l’espletarsi della beatitudine.

Ecco perché il suo Ulisse, nella piccola nave travolta da un turbine e poi inabissata, non appare sconfitto; è rassegnato ad un volere superiore e consapevole della propria audacia, ma non vinto nel nobile impulso che lo ha posto al di sopra dei bruti. Dante umanamente lo comprende e lo sente a sé affine, ma sa di non dover temere il naufragio perché conosce il limite, sa che ogni passo avanti nella conquista del sapere può essere effettuato esclusivamente tramite il soccorso della grazia e ad essa si affida.

Questo, dunque, l’altro intrigante elemento di riflessione: la questione del limite. L’impulso tutto umano di conoscenza che si trasforma in implacabile arsura, in sogno faustiano e in acrobazie volte a spostare sempre più in là il confine della scienza con l’inevitabile prezzo da pagare necessita di limiti? E chi e in nome di cosa potrebbe imporli? Uno scienziato in base al calcolo preciso dei pro e dei contro di ogni manovra che possa incidere sulla natura? Un filosofo che forgi l’etica su nuovi basi dettate da nuovi bisogni? Un legislatore che alla luce dei cambiamenti in atto codifichi nuovi comportamenti legittimi e allenti le maglie su condotte discutibili? Un religioso che accolga tra le braccia l’essere umano in quanto tale con il suo carico di imperfezione e fallibilità?

La questione naturalmente è aperta e, sebbene ci si ritrovi sempre meno baciati dalle luminose certezze dantesche, è impossibile non avvertirne il fascino. Un limite può dunque farsi certezza di equilibrio? Un limite può contenere l’inquietudine e restituirla sotto forma di energia?

Ma è sul significato di virtù che bisognerebbe interrogarsi con maggiore volontà interpretativa; è questo forse oggi l’aspetto più seducente e meno dibattuto dei versi danteschi. Cosa significasse per Dante “seguire virtute” non lascia adito ad alcun dubbio: il suo concetto di virtù è quello mediato dalla teologia cristiana che additava principalmente la via del bene con la conseguente fuga dal male, il vivere rettamente in ogni ambito e settore seguendo le virtù morali e intellettuali; Dante si spende molto sul proprio personale modo di vivere e di sentire la virtù, ma la prioritaria finalità della Commedia è quella di indicare la via a tutti gli uomini di buona volontà affinché possano salvarsi e realizzare la felicità terrena e quella celeste. Ciò che nel De Monarchia era stato teoria nella Commedia diviene pratica.

Cos’è attualmente la virtù? Quell’insieme di imperativi morali innati nell’uomo, dei quali il mondo classico si è fatto lucido interprete, che hanno attraversato il Cristianesimo e poi le grandi rivoluzioni del pensiero, della politica, della tecnologia, per giungere intatti all’epoca del relativismo, del solipsismo e delle relazioni liquide? Un codice comportamentale intimo e personale e quindi non condivisibile a livello sociale? Chi si riallaccia al passato è un moralista o uno che continua a guardare all’essenziale che non soffre le offese del tempo? Sono cambiati gli occhi che guardano o le cose da guardare? Il ripiegamento intimistico di tanti individui è frutto di una rinuncia? E’ un compromesso valido chiudersi al mondo esterno per negarsi poi ogni pudore e riservatezza sulla grande piazza virtuale? Avere le idee chiare su ciò che si vuole e tentare di ottenerlo a ogni costo può costituire un modello esemplare?

Naturalmente è un gioco che non prevede risposte giuste o sbagliate.

Conoscere prima le regole e sapere come collocarsi sulla scacchiera della vita rende le finalità della partita semplici e chiare, tentare di costruirle man mano è senz’altro più eccitante ma disorientamento e sradicamento stanno in agguato dietro l’angolo. A tanti sta bene così, Dante di certo avrebbe avuto qualcosa da ridire.

E allora? L”importante è continuare a considerare la nostra semenza e a ricordare che fatti non fummo a viver come bruti… Ecco su questo ci sarebbero altre considerazioni da fare, ma lasciamo perdere…

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