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La schiavitù legale del nuovo film di Ken Loach

 

La schiavitù è di nuovo legale. E’ questa la tesi di “Sorry, we missed you”, l’ultimo film di Ken Loach, che continua a indagare la vita degli ultimi, la classe “poltiglia”, quella schiacciata a norma di legge dal neo-liberismo. Ricky – un perfetto Kris Hitchen – si sbatte per evitare di annegare insieme alla famiglia nella povertà. Lo stipendio della moglie Abby (Debbie Honeywood, senza mezza sbavatura) un’addetta all’assistenza domiciliare, non basta a tirare avanti una famiglia con un figlio graffitaro e borderline e una ragazzina, che dà una mano alla madre per sostenere la fragilità dei maschi di casa. Ricky decide di lavorare nelle consegne dei pacchi negli acquisti on line, non sapendo che s’infilerà in un legame scorsoio con il suo datore di lavoro, che alla fine lo strangolerà di fatica e umiliazioni.

Loach squarcia il velo dell’e-commerce e punta l’obiettivo sugli ultimi della filiera, quelli del “lavoro povero” che dà fatica, ma non da vivere; quello che ti obbliga a pisciare in una bottiglia perché non hai pause ma solo lo stress che poi scarichi in famiglia. Ovvero il lato distruttivo della deregulation, salutata come una svolta modernista dalle “terza vie”, che dalla Gran Bretagna sono arrivate anche da noi inoculando nella sinistra la destra, fino ad adottare la tesi – vedi Jobs Act – dell’abbandono delle tutele come pungolo per l’impegno. Ricky sbatte contro tutti gli scogli nella tempesta dello sfruttamento in cui è immerso. Loach non ci rassicura se la scamperà o meno. Lascia un finale aperto, affinché sia lo spettatore a porsi delle domande sullo sfruttamento con cui ormai conviviamo. Soprattutto una: come possiamo tollerare tutto questo?

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