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Liberato l’ex presidente brasiliano Lula da Silva

 

E’ innanzitutto una vittoria del diritto come forma di garanzia della libertà individuale la scarcerazione dell’ex presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva, dopo 19 mesi di una detenzione ritenuta illegale dalla Corte Suprema. Contrariamente a quanto praticato in Brasile a partire dal 2016, questa ha infatti stabilito che nessun accusato può essere privato della libertà personale prima che la sua condanna sia stata confermata nell’ultimo grado di giudizio. Ed è appunto il caso di Lula e d’innumerevoli altri personaggi di primissimo piano nella politica e negli affari coinvolti nell’inchiesta più dirompente e controversa della storia sudamericana, la cui logica accusatoria rischia adesso di venir meno.

Il processo al popolarissimo ex capo di stato (ad ogni mattino dei suoi 579 giorni di detenzione è stato svegliato dagli evviva dei sostenitori che si davano il cambio all’esterno del carcere) è stato inoltre fin dall’inizio viziato dal populismo giudiziario del magistrato che lo ha inquisito: Sergio Moro, passato poi a essere ministro di Giustizia del governo di Jair Bolsonaro, il principale rivale politico di Lula. All’incriminazione e condanna si è giunti senza alcuna prova documentale, in sostanza per la testimonianza di un imprenditore che a sua volta inquisito per bancarotta ha detto di aver ricevuto favori dall’ex presidente in cambio di un appartamento. Decisivo in ogni momento è stato il convincimento personale del giudice.

E sulla base di questo suo convincimento ha forzato il sistema giudiziario fin quasi a cancellare la indispensabile distinzione tra funzione inquirente e quella giudicante. Moro ha infatti usato con estrema disinvoltura l’autorevolezza derivatagli dalla sua capacità d’iniziativa per assumerne di fatto la regia in ogni sua fase, dall’inizio alla fine. Quando poi con l’ex presidente ormai chiuso nel penitenziario di Curitiba, dunque impossibilitato anche fisicamente a partecipare al confronto politico, Sergio Moro ha lasciato la magistratura per diventare uno dei ministri più rappresentativi del nuovo presidente del Brasile, la serenità e la terzietà del giudice, la richiesta sua assoluta indipendenza ha perduto ogni residua credibilità.

Lo scossone giuridico e politico-istituzionale determinato da quest’ultima sentenza della Suprema Corte è dunque concreto e contundente. Nell’immediato esaspera ulteriormente il duro confronto governo-opposizione già in atto nella società brasiliana, lacerata dai colpi di mano e di palazzo che a partire dal 2015 hanno trovato spazio nella caduta d’iniziativa politica della coalizione guidata dal Partito dei Lavoratori (il PT fondato da Lula) e del suo governo. E approfondita l’anno seguente sia dall’impeachment di Dilma Rousseff, mai accusata di alcuna forma di corruzione; sia dall’assunzione provvisoria ma prolungata al vertice dello stato del suo vice, Michel Temer, egli si -invece- più volte incriminato per arricchimento personale.

Quanto meno prematuro affacciarsi su scenari più lontani, come fanno quanti si sbracciano già a discutere sulla possibilità che l’ex presidente si presenti candidato alle elezioni del 2022. Comprensibilmente, pur mostrando tutta l’energia necessaria a tuffarsi ancora una volta nella lotta politica, Lula riprende fiato e presenta in pubblico la sua promessa sposa, Rosangela da Silva, una sociologa conosciuta durante uno dei processi che ancora pendono su di lui al tribunale di Curitiba. Più vicina s’intravvede invece la possibilità che l’inchiesta Lava Jato, che denunciando la corruzione ai vertici imprenditoriali e politici sudamericani ne ha ferito a morte anche le istituzioni, debba rivedere se stessa.

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