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Leonardo Sciascia, un tempo da ritrovare

 
Ci manca Leonardo Sciascia, scomprso trent’anni fa a soli sessantotto anni. Ci manca perché, come disse lui a proposito di Moro, è a sua volta “un tempo da ritrovare”, un protagonista del nostro panorama culturale e letterario di cui avvertiamo disperatamente la mancanza.
Ci manca la sua prosa, quel racconto intenso, scarno, graffiante, a tratti persino prepotente di una terra, la sua Sicilia, che amava alla follia ma alla quale non concedeva alcuno sconto.
Ci manca la sua passione politica e civile, la sua radicalità, la forza d’animo dirompente che si sprigionava dalla sua penna e dalle pagine immortali delle sue opere che ormai sono dei classici.
Ci manca il suo coraggio illuminista, il suo lucido pessimismo, il suo non arrendersi mai, il suo andare sempre in profondità, il suo remare spesso in direzione ostinata e contraria e la sua arte dell’invettiva, meno feroce di quella di Oriana Fallaci ma non per questo meno tagliente, anzi.
Ci manca, soprattutto, la sua idea di intellettuale a tutto tondo: un intelletuale-politico, un artista che non restava seduto alla scrivania, non si tirava indietro, si sporcava le mani e si impegnava in prima persona nel racconto del Paese e nella lotta per renderlo migliore.

Ci manca perché sedette nelle istituzioni in anni tremendi, senza mai smarrire la bussola, senza mai rassegnarsi all’abisso, senza mai perdersi d’animo, senza mai lasciarsi andare allo sconforto anche se lo scoramento era tanto, come si evince dalle pagine de “L’affaire Moro” e dalla loro straziante attualità.
Leonardo Sciascia fu un pittore della sua terra, capace di utilizzare le parole come un pennello, fino a comporre un affresco che rimane vivido a distanza di tanti anni, mescolando la critica con una sagace ironia, lo spirito battagliero con la necessaria leggerezza, la saggezza con la forza della profezia di un autore in grado di essere sempre nel vivo delle storie e delle cose del mondo.
Leonardo Sciascia ha attraversato sei decenni abbondanti, il “Secolo breve” quasi per intero, denunciandone le controversie e le contraddizioni e non smettendo mai di condannare non solo la mafia in sé ma, più che mai, i rapporti luridi dell'”onorata società” con i suoi burattinai e i suoi complici politici.
Come molti autori siciliani, possedeva l’arguzia tipica della Magna Grecia, il dono della chiarezza, una prosa rapida, efficace, inequivocabile, valori solidi e ideali che hanno resistito alle mode, all’avanzare di una stagione cinica e malvagia, alla corrosione del tempo che ha finito con l’inaridire la nostra società rendendola invivibile.

Concludiamo con le sue parole, tratte proprio da “L’affaire Moro”: “A vederlo sullo schermo della televisione, Moro sembrava preda della più antica stanchezza, della più profonda noia. Soltanto a tratti, tra occhi e labbra, si intravedeva un lampeggiare d’ironia o di disprezzo: ma subito appannato da quella stanchezza, da quella noia. Ma si aveva il senso che conoscese <<qualcosa d’altro>>: il segreto italiano e cattolico di disperdere il nuovo nel vecchio, di usare ogni nuovo strumento per servire regole antiche e, principalmente, di una conoscenza tutta in negativo, in negatività, della natura umana. Il che era al tempo stesso afflizione ed arma. Arma usata con dolore: visibilmente. Ma usata. Era, come dice Pasolini, <<il meno implicato di tutti>>: ma proprio l’essere il meno implicato gli dava, su tutti nella Democrazia Cristiana, l’incontrastabile e anzi alleviante autorità di parlare in nome di tutti: potere e insieme sacrificio”.
Un atto d’amore, il più dolce ritratto che si potesse immaginare dello statista pugliese e del suo dramma. Scritto da un radicale. Anche questa era la Prima Repubblica. Per l’appunto, e al di là di tutti i suoi limiti, “un tempo da ritrovare” o, quanto meno, da conoscere.

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