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“La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy (Luiss University Press, 2019)

 

Su LeFigaro ogni lavoro di Christophe Guilluy viene definito “un evento”. Nell’accezione più comune evento è un accadimento, fasto o nefasto, foriero di novità, di cambiamento, e genera quasi sempre uno scossone, fisico o emotivo. In tal senso il saggio La società non esiste va inteso come un grande evento.

Da geografo Guilluy osserva, studia e descrive il mondo non dal punto di vista politico, economico, sociale, umano… ma nel suo essere complesso e completo, raccontando al lettore la morfologia intrinseca ed estrinseca della società odierna o meglio, per utilizzare una sua espressione, della a-società attuale.

Il libro si apre al lettore con le parole pronunciate nell’ottobre 1987 dall’allora Primo ministro del Regno Unito Margaret Thatcher, allorquando neanche ella poteva immaginare quanto sarebbero state profetiche, perfette, secondo l’autore, per descrivere la crisi che ha colpito tutti i Paesi occidentali.

«There is no society: la società non esiste»

Nell’analisi di Guilluy, la visione della Thatcher fu sposata da tutte le classi dirigenti d’Occidente, non solo dai conservatori. Il progetto liberista della Iron Lady è andato ben oltre le proprie intenzioni, nel senso che le riforme economiche addotte nel tempo non hanno sacrificato soltanto la classe contadina e operaia prima e gli operatori del terziario poi “sull’altare della globalizzazione” ma l’intera società, giungendo così ad oggi che potremmo definire “l’epoca della a-società”.

Un’epoca caratterizzata dalla rottura del legame tra il mondo di sopra e il mondo di sotto che non passa attraverso la lotta frontale tra le classi sociali, ma attraverso la sua negazione. La “nuova borghesia” abbandona le classi popolari occidentali e, con loro, anche la lotta di classe. Per la prima volta nella Storia, la classe dominante e i suoi portavoce nel mondo dei media, della cultura e dell’università non parlano né a nome né contro le classi popolari, perché ormai le considerano “fuori dalla Storia”. Dopo essersi autoproclamate rappresentanti della società aperta e della convivenza, le classi dominanti del Ventunesimo secolo hanno realizzato in pochi decenni quello che nessuna borghesia era mai riuscita a fare prima: “prendere le distanze dalle classi popolari senza scatenare conflitti o violenza”.

Da parte loro, le classi popolari sono consapevoli di questo fenomeno e reagiscono non riconoscendo più alcuna legittimità a un mondo di sopra che si sottrae alle sue responsabilità.

L’ondata populista che attraversa oggi il mondo occidentale è per Guilluy solo la punta dell’iceberg di un soft power delle classi popolari, che presto metterà il mondo di sopra di fronte all’alternativa di tornare a far parte del movimento reale della società oppure scomparire del tutto.

Dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna all’Italia, dalla Germania alla Scandinavia, “la dinamica populista” mostra sempre la stessa geografia (le periferie urbane e rurali) e la stessa sociologia (le categorie umili che rappresentavano la maggioranza della classe media). Per l’autore ci troviamo dinanzi a un vero e proprio terremoto che scuote le società occidentali non in modo isolato e irrazionale, ma come un vero e proprio movimento tettonico iniziato ormai quasi mezzo secolo fa.

Operai, contadini, impiegati, lavoratori autonomi… categorie che fino a ieri si trovavano su fronti politici opposti a poco a poco si sono riunite in un’unica contestazione, accomunati dallo stesso senso di isolamento culturale e geografico. Guilluy, in base anche ai dati raccolti con uno studio condotto in Francia nel 2004 insieme al geografo Christophe Noyé sui voti per il Front National, sottolinea come il consenso populista aumenti man mano che ci si allontani dal centro, dalle metropoli globalizzate e gentrificate. A risultati simili sono giunti anche indagini sul voto per le elezioni del presidente Trump e per il referendum sulla Brexit, per l’FPO in Austria e per il PVV in Olanda.

La dinamica populista sarebbe dunque trainata dalla combinazione di due forme di precarietà: quella sociale, derivante dal modello economico, e quella culturale, effetto della nascita della società multiculturale.

Questa reazione populista è la risposta del mondo di sotto al “grande disegno sociale” della vecchia classe media occidentale, un progetto che ha portato di fatto “alla scomparsa delle stesse società a cui si è applicato”. Spiegare questi risultati con le interferenze dei servizi segreti russi o con il moltiplicarsi delle fake news è, per Guilluy, nel migliore dei casi disonesto. L’ondata populista non è il risultato di qualche manipolazione ma delle riforme economiche avviate già negli anni Ottanta.

Per la classe dominante, il massacro della classe operaia era il prezzo da pagare per adattare le economie occidentali alla globalizzazione, e sarebbe stato compensato sul lungo periodo dalla terziarizzazione dell’economia, dall’aumento della scala di produzione e quindi dalla crescita di posti di lavoro più qualificati e meglio retribuiti. Invece, dopo la dismissione dell’industria, è cominciata quella del comparto agricolo. Siccome operai e contadini sono figure di un modello economico ritenuto ormai superato si è preferito pensare che la loro scomparsa non avrebbe pregiudicato il pattern dominante. Quando poi è arrivato il turno del terziario, che ha cominciato a indebolirsi fortemente nei venti anni a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo, con la polarizzazione dell’occupazione e la diffusione di lavori precari il gioco delle tre carte condotto fino a quel momento ha tristemente svelato la sua mendace natura.

L’analisi di Christophe Guilluy si riferisce in particolare alla Francia, che egli ha studiato nel dettaglio, ma può essere facilmente estesa a gran parte dei Paesi europei e occidentali in genere, Stati Uniti inclusi, dove facilmente si riscontrano eventi e dati simili a quelli riportati dall’autore nel testo.

Se è vero che in Cina, in India e più in generale nei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), sta nascendo una nuova classe media, in Occidente quest’ultima sta scomparendo.

Operai e agricoltori. Impiegati, i “piccoli colletti bianchi” che non sono stati in grado di adattarsi alle esigenze della rivoluzione digitale. I giovani che non hanno acquisito le competenze per accedere ai lavori altamente qualificati della nuova economia. Gli anziani, i pensionati, non abbastanza produttivi e troppo costosi per la collettività… Tutti indicati come “marginali”. Il problema, sottolinea Guilluy, è che sommando tutti questi marginali si ottiene un insieme completo: quello della vecchia classe media occidentale.

Le categorie che fino a ieri costituivano la base della classe media non possono essere considerate come un mero agglomerato di lavoratori e/o consumatori. Costituivano il cuore pulsante della classe media occidentale perché ne incarnavano lo stile di vita. Per Guilluy ne erano il referente culturale, ed è  la perdita di questo status che mina alla base il modello e i valori dell’intera società.

La sfida non è più gestire il regresso sociale, ma rifare daccapo la società. Reinventarla. Riadattarla ai tempi, ai cambiamenti. Riassettare il paradigma culturale prima ancora di quello politico, economico e finanziario.

Il populismo non è un’ondata di febbre irrazionale, ma l’espressione politica di un processo economico, sociale e culturale fondamentale. Guilluy ritiene doveroso e necessario smettere di considerarlo un fenomeno sporadico e transitorio, anch’esso marginale. O peggio ancora sbeffeggiarlo accomunandolo a manifestazioni politco-culturali estremiste con l’intento di riuscire ad arginarlo facendo leva su antirazzismo e antifascismo “da operetta”.

È bene precisare che l’autore si mostra pienamente convinto della necessità di mantenere sempre alta la resistenza contro il fascismo e il razzismo, lotta che egli considera lodevole. Il punto è che quando tutto questo diventa retorica funzionale alla classe dominante per vietare o sviare qualsiasi diagnosi della realtà sociale e culturale delle classi popolari diventa molto controproducente. Al pari di una lotta alla corruzione e al malaffare da passerella.

La società non esiste di Christophe Guilluy è un saggio molto ben strutturato. L’autore utilizza un linguaggio chiaro e preciso a cui conferisce una modulazione ciclica, ritorna più volte sullo stesso concetto ma partendo da punti di origine differenti. Ciò favorisce per certo la comprensione da parte del lettore. È un testo che fornisce delle risposte ovvio, ma agevola il lettore anche nel ragionamento proprio. Invitandolo, in maniera indiretta e consequenziale alla lettura, a formulare degli interrogativi e ricercare egli stesso delle risposte. A guardarsi intorno. Osservare il proprio mondo da una diversa prospettiva e con una maggiore consapevolezza, frutto anche delle nozioni apprese leggendo il libro.

Una lettura che può stordire o stupire. In ogni caso molto interessante.

Bibliografia di riferimento

Christophe Guilluy, La società non esiste. La fine della classe media occidentale, Luiss University Press, Roma, prima edizione in lingua italiana aprile 2019. Traduzione di Riccardo Antoniucci. Libro originariamente pubblicato in Francia da Éditions Flammarion, 2018, col titolo No Society. La fin de la classe moyenne occidentale.

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