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Enrico Albertosi e la stranezza degli dei

 

Quando arriva a ottanta un mito come Enrico Albertosi, protagonista di tante avventure in Nazionale e, più che mai, dell’unico, storico scudetto del Cagliari, viene in mente la stranezza degli dei. Una bizzarria irriverente, prossima all’incoscienza, capace di dotare un solo uomo di una grinta che basterebbe per tre, di un’agilità che neanche un gatto e di una tempra che gli ha permesso di uscire indenne anche da una vicenda tragica come quella del Calcioscommesse che, nel 1980, travolse il calcio italiano e ci pose, per la prima volta, di fronte all’insostenibile mutamento dei tempi.
Eppure non è questo che vogliamo rimarcare, ora che un gigante come Albertosi raggiunge un traguardo tanto prestigioso e il suo Cagliari si batte a ridosso della zona Champions, là dove solo la classe sua, di Riva e degli altri eroi del ’70 era stata in grado di issarlo, in quella terra sarda, burbera e inaccogliente, che ancora veniva usata per spedirvi le teste più calde a fare il militare.

La Sardegna, terra di confino, di disperazione e di miseria; una terra agra, difficile, intollerabile per i cuori deboli e i caratteri impressionabili. La Sardegna, la terra in cui, al contrario, Albertosi e Riva seppero prendere per mano un popolo trasformandolo abituato al nulla in una comunità solidale, per poi sfidare il destino e imporsi sugli squadroni del Nord, già allora carichi di gloria e di miliardi.
Il nome di Enrico Albertosi era e resterà sempre legato a due momenti magici: il trionfo cagliaritano nell’aprile del ’70 e la notte dell’Azteca a Città del Messico, là dove due anni prima si era verificato il massacro della Piazza delle Tre culture, in un paese complesso, non propriamente ospitale e, per di più, al cospetto di un avversario, la Germania Ovest, i cui campioni cercavano nel pallone il riscatto di un’infanzia tradita.

Albertosi e le sue parate, Albertosi e le parolacce dette a Rivera dopo il gol del momentaneo 3 a 3 tedesco, Albertosi e la sconfitta in finale col magno Brasile di Pelé, Albertosi e il suo essere durato a lungo, a differenza di ciò che accade solitamente agli eroi, le cui carriere sono breve e le sorti tragiche.
Compie ottant’anni un mito contemporaneo e gli rivolgiamo i migliori auguri, un grande abbraccio, un gesto di gratitudine e un pensiero per tutte le volte che ha saputo soffrire, stringere i denti, piangere e ricominciare. Perché nulla è stato semplice nella sua vita, meno che mai la gestione della notorietà e del successo.
Ha sfiorato la vetta del mondo ed è rimasto se stesso: capita, oggettivamente, a pochi.

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