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Paparelli: quando lo sport cominciò a odiare

 
Vincenzo Paparelli non era nessuno, se non un uomo perbene, un meccanico di trentatre anni animato da una sincera passione per la Lazio in una stagione in cui Roma era una città particolarmente violenta. Pochi anni prima, aveva visto trionfare la Lazio pistolera di Maestrelli: una squadra folle, divisa in due fazioni che si detestavano reciprocamente, tenuta insieme unicamente da un allenatore sui generis, più un padre che un condottiero, e in grado di regalare ai tifosi la gioia del primo, storico scudetto, interrompendo lo strapotere bianconero che avrebbe caratterizzato l’intero decennio. Immagino che fosse rimasto scioccato, nel gennaio del ’77, dalla tragedia di Luciano Re Cecconi, vittima della sua guasconaggine, dell’ingenuità dei suoi ventinove anni ma, soprattutto, di un clima spietato, di una città sull’orlo di una crisi di nervi, di una follia collettiva che si era impadronita di una capitale devastata dal terrorismo e dalla cattiveria diffusa praticamente ovunque.
Paparelli non c’entrava nulla con tutto questo. Quella domenica, il 28 ottobre del ’79, si era recato all’Olimpico per seguire il derby, per assistere a uno spettacolo, per trascorrere qualche ora di serenità. Venne assassinato da un razzo anti-grandine lanciato dalla Curva Sud e avemmo la conferma di quanto stessero cambiando, in peggio, il nostro Paese e il mondo del calcio in particolare. Sei anni dopo sarebbe arrivato l’Heysel, con la sua messe di morti e il suo carico di orrore. Poi Sheffield, nell’89, quando i tifosi del Liverpool da carnefici si trasformarono in vittime, morendo in novantasei in una calca disumana e intollerabile.
Paparelli aveva preceduto entrambe le tragedie, era stato un dannato e amarissimo precursore della violenza, dell’odio, dell’assurdità cui abbiamo assistito negli ultimi quarant’anni. E così, scene che un tempo si potevano vedere, al massimo, in Sudamerica, in qualche celebre corrida come quella di cui furono vittime gli Azzurri a Santiago del Cile nel ’62 e i milanisti nel ’69 a Buenos Aires contro l’Estudiantes, divennero abituali anche alle nostre latitudini, con la non piccola differenza che la barbarie si trasferì dal campo agli spalti, talvolta trasformati in autentiche arene.
Tafferugli, motorini gettati dalle tribune, accoltellamenti, autentiche espressioni d’odio e inciviltà: tutto è cominciato una domenica di quarant’anni fa, un maledetto giorno di cui non ci siamo ancora liberati, di cui forse non ci libereremo mai, di cui non possiamo liberarci, in quanto viviamo immersi in un contesto di brutalità senza precedenti, con l’aggiunta della scomparsa di quel minimo di passione e convivenza civile che un tempo costituiva un argine alla devastazione del nostro stare insieme.
Con Paparelli morì un’idea di civiltà. Da allora, purtroppo, non ci siamo più ripresi.
P.S. Dedico quest’articolo alla campionessa Marieke Vervoort, atleta paralimpica belga che qualche giorno fa, a quarant’anni, ha deciso di porre fine alle proprie sofferenze scegliendo l’eutanasia. Una decisione tragica ma coraggiosa: proprio per la sua drammaticità, merita il massimo rispetto.
P.S. 2 Auguroni a internet! Inutile dire che, senza di esso, quasi tutto nelle nostre vite sarebbe stato diverso. E, probabilmente, peggiore.

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