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‘Hole – L’abisso’: un buco nell’acqua

 

Si sa, in Irlanda il velo che separa il nostro mondo da quello delle leggende e del folklore è più sottile che in altri luoghi; qui certe storie che venivano narrate attorno al fuoco d’inverno suonano molto più concrete e ammonitrici: di notte se senti uno scalpiccìo di zoccoli nasconditi, potrebbe essere il dullahan che vuole la tua testa, e i leprecauni pretendono sempre un’offerta in cambio dei colpi di fortuna che promettono; sotto i ponti si annidano i troll e alla fine dell’arcobaleno c’è sempre una pentola d’oro. Poi c’è il popolo della foresta; spiriti dicono alcuni, elfi e folletti dicono altri. Ma in ogni regione d’Europa concordano: i bambini non devono andare nella foresta da soli, altrimenti verranno presi. Ma da chi?

Quella del Changeling è una leggenda diffusa che si può riassumere in una frase, capace da sola di mettere inquietudine a qualsiasi genitore: “E se mio figlio non fosse davvero mio figlio?” Come il cuculo, i folletti sostituirebbero i bambini umani con i propri affinché la sventurata famiglia se ne prenda cura. Queste creature sono apparentemente identiche al bambino vero ma differiscono in alcuni atteggiamenti riconoscibili solo da un genitore (la leggenda infatti veniva spesso usata per spiegare malattie al tempo sconosciute come l’autismo).
The Hole in the Ground ha il grosso merito di portare sul grande schermo una figura marginalizzata dal cinema nonostante le sue potenzialità: unico altro precedente è Daisy vuole solo giocare (The Daisy Chain, 2008) arrivato da noi solo in home video.

Il film è costruito intorno a una sceneggiatura piuttosto semplice e funzionale: una giovane madre si trasferisce col figlio in una casa al limitare della foresta per sfuggire alla ferocia del padre del bambino. Da quando suo figlio si è perso nel bosco ed è stato ritrovato dalla donna al margine di una dolina, sembra cambiato nei modi: che i vaneggiamenti della vecchia signora che si aggira attorno casa abbiano un fondo di verità?

Purtroppo, gli appassionati avvertono una sensazione di déjà vu per i molti spunti narrativi ritracciabili in qualsiasi film rientri nella categoria “bambini posseduti”. La colonna sonora è ottima e riesce a creare tensione senza ricorrere al facile jump scare, ma i pregi tecnici di molte sequenze non compensano una trama piuttosto piatta e prevedibile che, non senza disappunto, ci permette di intuire cosa succederà nelle scene successive. Altro punto critico è il sovrannaturale: si manifesta con eccessiva evidenza e in maniera unidimensionale, appannando sia il fascino del mistero sia quell’ambiguità fra realtà e presunta follia sulla quale un film del genere avrebbe potuto fare leva. Il finale claustrofobico è soltanto abbozzato e avrebbe meritato uno sviluppo più approfondito; la risoluzione lascia stupiti ma in senso negativo. Molto brava la protagonista Seàna Kerslakeche con la sua interpretazione esce dallo stereotipo della vittima urlante: una ragazza risoluta e combattiva capace di reagire alle avversità, anche quando queste hanno la profondità di un abisso.

Opera che non convince del tutto soprattutto per la mancanza di coraggio dello script, ma in ogni caso consigliato a chi voglia passare una serata concedendosi qualche leggero brivido senza il fastidio di espedienti orrorifici scontati o l’angoscia duratura di un film veramente disturbante.

Lee Cronin, già autore di alcuni corti, si cimenta per la prima volta con un lungometraggio; peccato che questo Hole – L’abisso non abbia il mordente necessario. In ogni caso la tecnica c’è e confidiamo che questo regista torni a far parlare di sé con un film più audace.

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