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Come i Cults somigliano agli ‘ndranghetisti

 

di Sergio Nazzaro

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Il pubblico ministero di Torino Stefano Castellani

L’esperienza giudiziaria (parlo sia dei processi del 2005-2006, che delle operazioni, che dei processi più recenti che ho personalmente coordinato) dimostrano che c’è una presenza molto diffusa e profondamente radicata sul territorio italiano di questi gruppi. Gruppi criminali di provenienza nigeriana che sono denominati Cults e che hanno tutte le caratteristiche di associazioni mafiose ai sensi del 416bis. Gli affiliati sono decine, anzi centinaia, su tutto il territorio nazionale. Recentemente, grazie anche al lavoro della DDA  di Torino, è stato condiviso tutto il patrimonio investigativo risultato da anni di indagini. Abbiamo quindi una maggiore condivisione che ha coinvolto anche altre DDA sul territorio, che avevano avviato indagini autonome. Così si sta componendo un quadro d’insieme. Quindi la risposta è sì, il fenomeno è concreto e grave; parliamo una mafia radicata i cui appartenenti sono numerosi, non di un fenomeno marginale o transitorio.
Si discute molto, oggi, con poca cognizione alle volte, di mafia nigeriana; sembra esserci mafia nigeriana dovunque, ma il dato reale lo può fornire solo il numero dei processi. Bisogna cioè distinguere tra criminalità nigeriana e veri e propri gruppi mafiosi. Lei ha condotto un processo con 44 imputati, tutti condannati per mafia, in primo e in secondo grado. Perché non ci sono, quindi, tanti processi contro la mafia nigeriana?
Per la precisione devo dire che di 44 ordinanze di custodia cautelare, 22 ne sono state eseguite, di altre 22 persone non ci sono tracce, al momento, sul territorio italiano, e quindi non possiamo processarli. Anzi, dopo i primi 22 ne abbiamo arrestati altri cinque e quindi ne mancano dal giudizio una decina, sempre per essere precisi. Ritornando alla sua giusta domanda, c’è da mettere in conto che non sempre esiste la percezione del fenomeno.
Chi coordina le indagini e chi le esegue sul campo, quindi magistratura e polizia giudiziaria, devono avere delle coordinate basilari. Si può indagare sullo sfruttamento della prostituzione, sulla tratta, sullo spaccio, e possono sembrare tutti fatti slegati tra loro se non si ha un quadro d’insieme che invece delinea i contorni di un fenomeno mafioso. Accade che s’intercettino questi gruppi, ma non sempre si riesce a cogliere la reale portata della loro azione criminale. Anche se, bisogna dire, oggi una maggiore consapevolezza sta facendo cambiare indirizzo. Abbiamo moltissime inchieste per 416bis contro i gruppi criminali nigeriani. Possiamo finalmente parlare di un cambio di passo.
A me sembra che oggi sia tutta mafia nera e mi sembra che ci stiamo dimenticando la mafia bianca. Ovviamente rimangono entrambe pericolose, ma una è ospite, l’altra controlla pezzi di Stato e di economia, oltre che interi pezzi di territorio.
Credo che ci sia un poco più di attenzione. Recentemente c’è stata una maggiore condivisione di conoscenze investigative e, di conseguenza, una maggiore azione congiunta da parte degli investigatori e delle procure. Fino a oggi ci siamo mossi a macchia di leopardo. Unire le conoscenze, possedere dei database unificati, credo sia questo il passaggio chiave. La stessa cosa è stata fatta nella lotta alle mafie in Italia, sono state unificate tutte le conoscenze investigative. E oggi si prosegue in questa direzione.
Che cosa l’ha colpita maggiormente di questa inchiesta sulla mafia nigeriana e quali sono i tratti che trova più allarmanti?
Mi ha colpito l’elevato tasso di violenza e crudeltà con cui avvengono i riti di affiliazione e d’iniziazione attraverso i quali si è inseriti nel gruppo criminale. Hanno caratteristiche e tratti in comune con quelli delle mafie tradizionali. Mi sono occupato anche di mafia e ’ndrangheta al nord. Le caratteristiche e le tipologie di affiliazione sono molto simili.
Quello che caratterizza i gruppi mafiosi nigeriani è l’estrema violenza. Una vera e propria gara di resistenza fisica che il nuovo affiliato deve subire. Una violenza che lascia sgomenti. Un tratto di differenza con le mafie tradizionali, dettato anche dal contesto, è la completa chiusura che questi gruppi hanno. Sono comunità straniere in territorio straniero e quindi già chiuse di per sé, ma in un contesto criminale diventano ancora meno penetrabili. Le dinamiche degli affiliati, le dinamiche criminali sono un bel rompicapo per chi investiga su questi gruppi. Crudeltà e violenza da un lato, chiusura e coesione dall’altro.
Nel 2005 avete avuto l’operazione Niger a Torino. Io studio il fenomeno da decenni e credo che l’epicentro sia Castel Volturno, ma Torino è senza dubbio l’altro polo della mafia nigeriana. Come si spiega questo movimento dal sud al nord?
Non saprei darle una spiegazione precisa, perché coinvolge aspetti psicologici e sociologici. Probabilmente il motivo è da ricercare nel fatto che in Piemonte e a Torino la comunità nigeriana è grande, una delle comunità più numerose, e ciò agevola il flusso da Castel Volturno a Torino. Un flusso tra due comunità che comunque sono le più numerose nei rispettivi territori. E quindi, a fronte di una maggioranza onesta che lavora (come sicuramente succede anche a Castel Volturno) è presente anche una componente criminale.
Che evoluzione intravede in questa mafia? Conoscendola, come pensa che si muoverà nei prossimi anni? Pensa veramente che possano prendere il sopravvento sulle nostre mafie?
Il primo pericolo che mi sento di sottolineare è la possibilità concreta di maggiore contatto e cooperazione con le mafie italiane. Da un punto investigativo, almeno qui a Torino, non abbiamo registrato direttamente questa possibilità, anche se l’esperienza investigativa ce lo suggerisce. Qui nel nord la presenza della ’ndrangheta è forte, e quindi è possibile una sorta di collaborazione.
Abbiamo avuto un collaboratore di giustizia nigeriano che ci ha indicato contatti con ’ndranghetisti in Calabria, in particolare un acquisto di armi da spedire in Nigeria. Anche se il collaboratore è assolutamente affidabile, non abbiamo trovato riscontri. Quindi, da un punto di vista processuale, non ci sono evidenze, ma credo che ci siano contatti e affari che vengono fatti insieme. Altro aspetto importante è l’azione dei gruppi criminali che hanno agito in maniera da non toccare gli interessi delle mafie tradizionali, e hanno quindi la capacità di muoversi avendo chiari i confini di azione.
Ogni gruppo ha il suo ambito di competenza. La mafia nigeriana è autoreferenziale, nel senso che delinque avendo come riferimento, come platea di riferimento, gli stessi immigrati nigeriani: estorsioni, prostituzione… le vittime sono i loro stessi connazionali.
Un aspetto che potrebbe creare frizioni è lo spaccio di droga, ma purtroppo la domanda è così forte che crea spazio per tanti gruppi criminali senza che possano entrare in contrasto tra di loro. Al momento, quindi, non ci sono conflitti. Ma la situazione evolve giorno dopo giorno, e come magistratura e polizia investigativa noi operiamo per comprendere quanto accade.
La procura di Torino è l’unica che ha la SAT, la Squadra antitratta, composta da uomini della polizia locale. Ecco, quanto ha inciso il lavoro di un gruppo speciale in questo lavoro di contrasto alla mafia nigeriana?
È l’understatement sabaudo che ha fatto la differenza, se mi permette la battuta. Esattamente come ha detto lei, il valore aggiunto è stato proprio il loro essere polizia locale. Da una parte per la volontà di dimostrare le proprie capacità, dall’altra perché si tratta un gruppo dotato di grandissime professionalità, oltre che di passione per il proprio lavoro, e che da oltre un decennio che si occupa di Tratta, credo che sia stata proprio questa peculiarità a fare la differenza.
Si tratta di una squadra che probabilmente sarebbe necessario avere in ogni Procura, o almeno in quelle più esposte al fenomeno della mafia nigeriana, e in tutti quei territori dove il fenomeno della tratta è presente. Bisogna possedere, e implementare nel tempo, conoscenze e professionalità. Stiamo affrontando crimini, se così vogliamo dire, nuovi, anche se la tratta di esseri umani è un fenomeno presente da tempo, un crimine ignobile che offende qualsiasi coscienza civile. Atti criminali che si intrecciano con i fenomeni migratori. Ecco, credo che ci sia bisogno di squadre investigative specializzate.

(Intervista di Sergio Nazzaro al magistrato Stefano Castellani estratta da Mafia Nigeriana. La prima indagine della squadra antitratta di Sergio Nazzaro, edizioni Città Nuova)

Da mafie

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