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Renzi contro Zingaretti, due centri in concorrenza

 

Un anno di tira e molla, alla fine è arrivata la scissione di Renzi. La rottura con Zingaretti è arrivata il 17 settembre, un numero non proprio di buon augurio per un addio. L’ex segretario democratico ha annunciato la scissione in una intervista a ‘Repubblica’, a Porta a porta su Rai1 e su Facebook: «Lasciare il Pd sarà un bene per tutti». Ha motivato la frattura: «Il partito è diventato un insieme di correnti, manca una visione sul futuro». L’obiettivo è di costruire Italia Viva, «una Casa nuova per fare politica in modo diverso».

Per ora le ragioni della scissione (al Pd «manca una visione sul futuro») e gli obiettivi («fare politica in modo diverso») sono un po’ generici e dicono poco. Vedremo quale sarà il programma del prossimo partito del “senatore semplice” di Firenze. Ma se si guarda agli anni di quando era segretario democratico e presidente del Consiglio si capisce qualcosa in più: europeismo critico, sostegno al mondo delle imprese (riforma liberista del mercato del lavoro), difesa dei diritti umani e civili. Una politica di riformismo liberale, una politica di centro per un partito, il Pd, che affondava le sue radici a sinistra (nel Pci-Pds-Ds e nella sinistra Dc).

Zingaretti ha tentato fino all’ultimo di evitare la scissione, ma non si è nascosto i gravi problemi che ha di fronte: «Serve un partito totalmente nuovo, che si rifonda» rimettendo al centro l’uguaglianza sociale. Già, perché il Pd, sin dalla fondazione nel 2007, ha cominciato a convergere da sinistra verso il centro. La fusione a freddo tra i Ds di Fassino e la Margherita di Rutelli fu auspicata, teorizzata e sponsorizzata da grandi imprenditori (in testa De Benedetti) e banchieri (Bazoli e Profumo). Veltroni, fondatore e primo segretario, indicò la strada di un partito autosufficiente «a vocazione maggioritaria» (cioè senza alleati a sinistra), liberaldemocratico, kennediano. Insomma: un partito di centro più che di sinistra. Che qualcosa non andasse bene si capì subito. D’Alema alla fine del 2008 accusò: «Il Pd è un amalgama fin qui malriuscito».

Le conseguenze sono state disastrose. Il Pd ha perduto continuamente voti al centro e soprattutto a sinistra: tra i lavoratori e i ceti popolari. Nelle elezioni le periferie gli hanno voltato le spalle mentre ha raccolto consensi nei centri storici e nei quartieri borghesi delle città. Nelle elezioni politiche del 2013 (con Bersani) è crollato al 25%. Nelle europee del 2014 c’è stato un effimero boom del 40% (con Renzi) presto svanito nelle politiche del 2018 con il flop al 18% (sempre con Renzi). Il Pd alle europee del 2019 (con Zingaretti) è risalito appena al 22%. Sono scattate le scissioni a catena. Prima se ne sono andati Cofferati, Civati e Fassina. Poi hanno detto addio Bersani, D’Alema e Speranza.  Quindi è stato il turno di Calenda. Adesso va via Renzi.

L’ex segretario del Pd già presidente del Consiglio fino a qualche mese fa smentiva ogni ipotesi di scissione: «Di scissioni ne abbiamo già viste abbastanza. Non è all’ordine del giorno, e non ci sto lavorando». Invece ha operato un improvviso strappo dopo aver sollecitato per primo un governo cinquestelle-democratici per sconfiggere il sovranismo populista di Salvini. Per la scissione conterebbe su 25 deputati e 15 senatori. Ha subito telefonato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte assicurando il suo sostegno al “governo di legislatura” anti Lega di Salvini. Conte non l’avrebbe presa bene: l’esecutivo M5S-Pd, varato appena nei primi giorni di settembre, parte azzoppato nella sua difficile corsa per completare la legislatura nel 2023.

Adesso nell’area chiamata un tempo di centro-sinistra ci sono due centri in concorrenza tra loro: quello di Renzi contro quello di Zingaretti. A meno che non avvenga una rifondazione di sinistra in grado di sottrarre consensi ai grillini e di riconquistare gli elettori progressisti astenuti.

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